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Wine Stories

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Otto aziende per quattro esperti

28-29 Maggio

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Nei giorni del 28 e del 29 Maggio 2018 Ian D’Agata, direttore creativo del Progetto Vino di Collisioni, Geralyn Brostrom, educatrice di vino, Haixia Xu, Co-fondatrice di Sichuan International Trade ed Emily Huang, product manager e responsabile acquisti per l’azienda Kenson Technologies, si sono recati in visita presso otto cantine delle Langhe.

 

TENUTA MONTEMAGNO e FERRARIS

Gli ospiti hanno degustato il 27 maggio, al loro arrivo, all’incirca sessanta vini del territorio e, in particolare una serie di vini del Monferrato in maggioranza Ruché, Grignolino, Freisa e Malvasia. Tra le etichette degustate, quelle di Tenuta Montemagno che ha proposto agli ospiti il proprio Ruchè, il Grignolino Ruber, la Malvasia di Casorzo Dulcem e la Malvasia spumante.

Anche Agricola Ferraris ha avuto modo di far degustare i propri Ruchè: il Clasìc, il Sant’Eufemia e il Vigna del Parroco.

 

FRANCO CONTERNO

La mattina del 28 Maggio è cominciata con la visita all’azienda Franco Conterno, locata in località Bussia Zanassi. Lì gli esperti sono stati accolti calorosamente nella sala degustazione dove la moglie ha servito e raccontato i prodotti aziendali. In ordine sono stati serviti: uno Spumante Blanc de Noir da uve Nebbiolo chiamato “Na Punta”, questo dovuto al fatto che viene vinificato dalla spremitura della punta del grappolo, dove si trova la maggior parte dell’acidità, più adatta ad un vino spumante, e soprattutto meno colore e passa sei mesi in barrique; una Langhe Doc Nascetta del 2017, da uve coltivate nel comune di Novello, passa sei mesi in acciaio; un Rosato da uve Nebbiolo, rimane solamente cinque o sei ore a contatto con le bucce; una Barbera d’Alba Superiore del 2016 che fa dodici mesi di affinamento di in tonneau e barrique; un Nebbiolo del 2016 che fa sei mesi in tonneau; un Langhe Doc Rosso del 2015, blend di Nebbiolo, Barbera e Merlot con ventiquattro mesi in barrique; un Barolo “Pietrin” che fa venti cinque giorni di macerazione, passa due anni e mezzo in tonneau e sei mesi di affinamento in bottiglia; Barolo Panerole del 2013 che rimane trenta mesi in botti di rovere; un Barolo Bussia del 2012 Riserva che fa quarantotto mesi di affinamento in botti di rovere ed in fine un Barolo Riserva “7 anni” che affina sette anni in botti di rovere e composto da uve nebbiolo dai Cru Bussia, Panerole e Pugnane. Per concludere la degustazione è stato servito, in aggiunta, un Barolo Chinato da Barolo Bussia Riserva.

 

SOTTIMANO

Nella tarda mattinata il panel di esperti si è diretto a Neive presso l’azienda agricola Sottimano. La visita è cominciata con un giro nei vigneti dove il proprietario ha mostrato e spiegato le differenze dei differenti Cru di Barbaresco. L’azienda evita di utilizzare prodotti chimici e la vendemmia è completamente manuale. Durante la degustazione sono stati presentati in ordine: un vino rosso da uve Brachetto “Maté” del 2017, le viti hanno almeno sessant’anni e sono coltivate in zona Pajoré; un Dolcetto d’Alba “Bric del Salto” del 2016 che affina sei mesi in botti di acciaio; una Barbera d’Alba “Pairolero” del 2013 e del 1997, macera venti cinque giorni dopodiché viene travasato in barriques di rovere francese dove rimarrà per quindici mesi prima di venir imbottigliato; un Langhe Nebbiolo del 2016, proveniente da uve cresciute nel Cru Basarin; un Barbaresco Basarin del 2015; un Barbaresco Pajoré del 2015, 2014 e del 2008 ed in fine un Barbaresco Riserva del 2010; che rimane all’incirca dai ventiquattro ai trenta mesi in barrique.

 

BRUNO ROCCA

Nel pomeriggio gli esperti hanno visitato l’azienda agricola Bruno Rocca, situata a Barbaresco. Il proprietario ha dapprima illustrato i vigneti e la cantina ed in seguito si è proceduti alla degustazione dei vini della tenuta, in ordine: un Langhe Doc Chardonnay “Cadet” del 2016 che passa sia in botti d’acciaio sia in barrique per un totale di dodici mesi; una Barbera d’Alba del 2016, che affina dodici mesi in barrique, con uve provenienti da viti di sessant’anni; un Barbaresco del 2015, composto da un blend di Cru (Marcorino, San Cristoforo, Currà e Fausoni); un Barbaresco del 2014, che affina diciotto mesi in barrique; un Barbaresco Riserva Currà del 2013, che passa solo in botte grande per ventiquattro mesi ed infine un Barbaresco Riserva Rabajà del 2013 che rimane dai ventiquattro ai trentasei mesi in botte grande di rovere francese.

 

ETTORE GERMANO

Per concludere la giornata gli esperti si sono recati a Cerretta presso l’azienda agricola Ettore Germano. Qui, il produttore ha fatto visitare la cantina e ha poi condotto gli ospiti sulla terrazza per permettere loro di contestualizzare i vini nella location dei loro vigneti in Serralunga. A seguire, una degustazione delle etichette dell’azienda, dalle classiche produzioni delle langhe, all’esperimento del Riesling, del Nebbiolo spumante e dell’Alta Langa. E ancora, i crus di Barolo con l’ultimissima aggiunta di Vigna Rionda a completare il quadro.

 

SILVANO BOLMIDA

La giornata del 29 Maggio invece è cominciata con la visita a Silvano Bolmida, in località Bussia a Monforte d’Alba. Qui il produttore ha accolto gli esperti in cantina, procedendo con una degustazione dalle botti per meglio esplicare la propria tecnica di viticultura nel rispetto dell’ambiente e di un impatto minimo in termini di prodotti chimici, pur nella volontà di produrre un prodotto apprezzabile e di qualità. A seguire, il gruppo si è recato nella sala degustazione dove hanno potuto godere di una panoramica dei Nebbiolo e Barolo del produttore, il tutto servito e a disposizione degli ospiti, accompagnato da spiegazioni del Produttore e immagini descrittive. La degustazione si è conclusa con un Sauvignon Langhe di produzione dell’azienda.

 

LUIGI ODDERO

Nella tarda mattinata il panel ha raggiunto la tenuta di Luigi Oddero, locata in Frazione S. Maria di La Morra, dove hanno incontrato l’enologo della Cantina. L’enologo ha condotto il gruppo alla scoperta delle tecniche di produzione dell’azienda, delle scelte stilistiche e della nuova attenzione alle vigne con un nuovo enologo.

A seguire, degustazione dei vini dell’azienda, in particolare i rossi: Dolcetto, Barbera, Nebbiolo e poi i Barolo.

 

REVELLO F.LLI

Nel primo pomeriggio si sono poi recati dai Fratelli Revello, a Frazione Annunziata di La Morra, dove hanno potuto avere una panoramica dei vini più importanti dell’azienda. In particolare, guidati dalla figlia del Proprietario, hanno potuto analizzare la produzione dell’azienda e la sua evoluzione con la nuova generazione. Una degustazione dei crus di Barolo, conclusa con l’unico cru locato in serralunga, nuova scelta dei figli del proprietario.

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Il 3IC di Ian D'Agata sempre alla scoperta di nuove aziende

6 Maggio

Wine Stories > Produttori

In seguito all’emozionate Asta del Barolo, svoltasi il 6 di Maggio, alla quale hanno partecipato personalità da tutto il mondo, gli studenti del 3IC di Ian D’Agata, in seguito ad aver partecipato all’evento, si sono diretti in visita presso quattro delle cantine più rinomate delle Langhe.

Il primo gruppo di esperti del 3IC formato da: Katie Venezia (Sommelier del ristorante Marta di New York), Melissa Winkler (della Winkler & Samuels), Marisa Finetti (scrittrce di food&wine - Modern Luxury e del Las Vegas Review-Journal) , Irene Miller (Beverage Director al Lincoln Ristorante) , Matthiew Orawski (Sommelier del ristorante Del Posto), Susan Gordon (giornalista per Forbes), Gabriella Gershenson (scrittrice di vino - Columnist tra gli altri per The Wall Street Journal Off Duty Section, pubblicato nel The New York Times, The Boston Globe, Food & Wine Magazine), Shelley Lindgren (proprietaria dell’A16 di San Francisco), Alfonso Cevola (Blogger - On the Wine Trail), Laura Depasquale (Importer per Southern) e Merak Chan (Importatrice per Summergate) si è recato in visita presso due cantine della zona delle Langhe G.D. Vajra e Poderi Gianni Gagliardo.

G.D. Vajra

Nel pomeriggio del 6 Maggio gli esperti del panel internazionale si sono recati in visita alla cantina G.D. Vajra, dove sono stati guidati alla visita da Francesca Vaira ed in seguito alla degustazione dei prodotti dell’azienda tra cui un Langhe Riesling, un Langhe Nebbiolo (vinificato come “una volta” per tanto risulta leggermente frizzante), un Dolcetto d’Alba, una Barbera d’Alba Superiore, il Barolo Classico “Albe”, un Barolo “Bricco delle Viole”, un Barolo “Ravera” ed un Barolo proveniente dalla zona di Serralunga d’Alba “Luigi Baudana”.

Poderi Gianni Gagliardo

Nella serata del gli esperti si sono in seguito recati ai Poderi Gianni Gagliardo dove hanno visitato la cantina, nonché l’archivio storico di bottiglie e la tenuta, con le vasche di stoccaggio e i processi di imbottigliamento. In seguito sono stati guidati alla degustazione dei prodotti più rappresentativi della tenuta, tra cui le “new entries” della proprietà Tenuta Garetto. I proprietari e membri della famiglia Gagliardo, Gianni, Stefano e Andrea, hanno proseguito la serata illustrando agli ospiti le caratteristiche di vinificazione, le proprietà e caratteristiche dei diversi terreni e i cru di Barolo, il tutto accompagnato da un piacevole buffet.

Il secondo gruppo si è invece recato a Sinio, presso l’Azienda Agricola Enrico Rivetto, e poi si è diretto alla frazione Annunziata della Morra, per visitare l’Agricola Marrone, sempre del territorio delle Langhe. Tra i presenti, Bob Miao (Cina, Shangai Impact Consulting), Haixia Xu (Co-founder di Sichuan Ocean International Trade), Alex Yu (Propietario di cantina – organizzatore di eventi), Emma Dong (Manager marketing presso Shangai Yitang trading Co.), Ivy Qiu (Manager vendite On Trade Channel - ASC Fine Wines), Sharon Lu (Importatrice Lelane Wines), Zoey Luo (Manager di cantina), Gill Gordon-Smith (Fall from Grace - educatrice, distributrice specializzata in vino italiano), Ned Goodwin (Master of Wine, colonnista per Drinks, Prestige, WINART, China Business News), Sherry Weng (Art Of Wine Chief Educator. WSET Level 4 Diploma, certificata WSET Educator, giudice, scrittrice con 'The Rising Star for the Global Wine Market: Wine & Culture Journey of The China Silk Road' vincitore International Gourmand Award 2014) e Karen Li (co-founder della De Yeen Jewelry Shanghai.

Enrico Rivetto

Nel pomeriggio il panel di esperti internazionali si è recato a Sinio, un paesino nei vicino a Serralunga d’Alba, presso l’Azienda Agricola di Enrico Rivetto. Qui gli esperti sono stati guidati nella visita alla cantina da Rita Barbero, la commerciale dell’azienda. Dopo la visita alla cantina è seguita la degustazione dei vini della tenuta, decisamente apprezzati dal panel di esperti.

Agricola Marrone

Verso sera gli esperti si sono recati presso l’Azienda Agricola Gian Piero Marrone con sede ad Annunziata, frazione di La Morra. Dopo la visita alla cantina, gli esperti sono stati condotti sulla terrazza, dove, accompagnati da una degustazione di due vini dell’azienda, sono stati guidati a conoscere e riconoscere i territori, le vigne e i Comuni della denominazione. A seguire, gli esperti si sono accomodati presso la sala degustazione dove hanno potuto avere una panoramica degli eccelsi quanto variegati prodotti di questa tenuta, in particolare dei suoi vitigni autoctoni.

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Due giorni di approfondimento in Langa

23-24 Aprile

Wine Stories > Produttori

Nei giorni 23 e 24 Aprile gli esperti Aiwu Chu (Cina, Secoo Holding Limited Business Executive), Arlene Oliveros (Filippine/Canada, fondatrice di World of Wines e Fraichè Vinotherapy e Enocosmetics, Vinitaly Wine Ambassador), Iris Rowlee (California, USA, Vinitaly International Ambassador e Sommelier della corte dei Master Sommelier), Roger Xi Chen (Cina, Wine Importer) e Fangquian Tang (Cina, Manager acquisti per la S.A.R.L.) si sono recati nelle Langhe per visitare alcune Aziende Agricole ed approfondire la già ampia conoscenze delle ricchezze di questo territorio.

Nel pomeriggio del 22 Aprile, prima di cominciare il percorso nelle Langhe, Iris Rowlee e Arlene Oliveros hanno avuto l’occasione di degustare alcuni prodotti, provenienti da altre zone del Piemonte ed anche da altre regioni d’Italia. In particolare si sono degustati un Aglianico del Vulture ed un Aglianico Spumante di Cantine del Notaio; un Aglianico del Vulture “Teodosio” di Basilisco; un Rabià, vino a base di Raboso, di Italo Cescon ed infine un vino dolce a base di Moscato, Freisa e Brachetto “Serena” di Cascina Pian d’Or.

Nella mattinata del 23 Aprile i cinque esperti si sono recati presso il Castello di Verduno dove hanno avuto l’occasione di visitare le cantine del Castello, la collezione privata e di degustare i prodotti più rappresentativi della tenuta tra i quali Barolo e Barbaresco. In aggiunta, la proprietà ha proposto agli ospiti un interessante approfondimento sulla storia della denominazione del Verduno Pelaverga.

Nella tarda mattinata gli esperti si sono recati a Monforte d’Alba presso l’Azienda Agricola Silvano Bolmida. Qui gli esperti sono stati guidati dal proprietario alla visita della cantina, con spiegazione delle tecniche di vinificazione a basso impatto perseguite dall’azienda e con degustazione e assaggi direttamente dalle botti delle nuove annate di Nebbiolo da Barolo. In seguito, gli ospiti si sono dedicati alla degustazione dei vini più rilevanti dal punto di vista regionale e di maggior rilievo all’interno dell’azienda, quali, primi tra tutti, i diversi e numerosi MgA della cantina.

Nel primo pomeriggio i cinque esperti hanno visitato l’Azienda Agricola Adriano Marco e Vittorio. La tenuta è situata a San Rocco Seno d’Elvio, una frazione di Alba, immersa nei vigneti e nella piena natura che ha meravigliato gli esperti ancor prima di entrare nell’azienda. Lì sono stati accompagnati nella visita della cantina, e nella spiegazione dei vini più rappresentativi, da Michela Adriano, figlia di uno dei propietari. La giovane propetaria ha dapprima mostrato la cantina, le botti e gli strumenti utilizzati durante i processi di vinificazione, fino a portarci in una zona più appartata dove sono esposte opere che hanno come tema il vino donando, nella penombra del piano interrato, un’atmosfera suggestiva. Durante la degustazione, svoltasi nella sala apposita, Michela ha raccontato, col supporto delle mappe dei vigneti, i seguenti prodotti: un Langhe DOC Sauvignon “Basaricò” del 2017, prodotto con l’unico vitigno internazionale coltivato in azienda; una Barbera d’Alba DOC del 2017 che non passa in legno e risulta fresco e fruttato di piacevole beva; un Barbaresco DOCG “Sanadeive”, nome in piemontese di “Seno d’Elvio”, composto da due cru differenti del 2015, passa un anno in tonneau; un Barbaresco DOCG “Basarin” del 2015 con un piacevole sentore di fiori rossi e spezie; per concludere la degustazione Michela ha fatto assaggiare il Moscato d’Asti del 2017, che viene lasciato a contatto solo con le bucce escludendo i raspi, al naso si presenta molto piacevole con sentori di frutta fresca e agrumi con un palato bilanciato tra acidità e dolcezza.

Nel pomeriggio la visita è proseguita verso La Morra presso l’Azienda Agricola di Mauro Veglio. Appena arrivati gli esperti hanno potuto godere della vista mozzafiato sulle colline delle Langhe che si può apprezzare dall’azienda agricola poiché situata sulla sommità di una di esse. La tenuta è modesta ed è proprio ciò che la rende così speciale poiché crea un’atmosfera famigliare ed accogliente. La visita alla cantina è stata guidata dalla moglie Daniela, che ha mostrato anche un paio di anfore di ceramica. Ciò sottolinea una volontà di utilizzare nuovi modi di affinare il vino ma anche un forte attaccamento alle tradizioni. Una volta conclusa la visita la propietaria ha fatto accomodare gli esperti nella sala degustazione dove ha fatto degustare in ordine: un Dolcetto d’Alba del 2016 decisamente vellutato con sentori floreali; una Barbera d’Alba del 2016, che viene affinata solo in botti d’acciaio ed una Barbera d’Alba del 2015 che invece passa in legno; un Langhe DOC Nebbiolo “Angelo” del 2016, fresco e fruttato; il Barolo Classico del 2014; un Barolo Gattera del 2014; un Barolo Arborina del 2014 ed infine il Barolo Rocche dell’Annunziata del 2010, un grande prodotto perfetto per concludere questa selezione di Baroli.

Nella serata i cinque esperti si sono recati nella frazione Vergne di Barolo, presso l’Azienda Agricola G.D. Vajra, dove hanno potuto godere della sempre generosa ospitalità dei Vaira. Dopo aver visitato la cantina gli esperti hanno avuto modo di degustare un’intera panoramica delle etichette dell’azienda.

Nella mattinata del 24 Aprile i cinque esperti si sono recati a Diano d’Alba dove l’azienda Veglio Michelino & Figlio ha sede. Dopo aver visitato la cantina agli esperti sono stati serviti i prodotti della tenuta, con un focus in particolare sulla loro linea “Low Histamines”. Questa linea è stata creata appositamente per ridurre al minimo le reazioni allergiche alle istamine, sostanze generate naturalmente nei prodotti che hanno subito fermentazioni, che solitamente danno cefalee e disturbi intestinali a chi è affetto da istaminosi.

Nella tarda mattinata gli esperti si sono diretti a Castiglione Falletto nella cantina Cavallotto Tenuta Bricco Boschis locata sulle pendici dell’omonimo Cru di Barolo. Dopo la visita alla cantina gli esperti hanno degustato i vini più rappresentativi della nostra regione.

Nel primo pomeriggio si sono poi recati a La Morra in particolare nella regione Serra Denari. Dopo una visita ai vigneti dell’azienda Dosio Vigneti e la spiegazione, in particolare, della vigna di Barolo Serra Denari, la più alta di La Morra, guidata dal propietario si è proceduto alla degustazione dei prodotti della tenuta più interessanti.

Alla sera i cinque esperti sono stati accolti presso Agrilab, lo spazio di Collisioni dedicato alla didattica sui vini piemontesi. Qui, una rappresentanza di produttori dell’associazione Piedmont Good Wines ha avuto modo di far degustare agli ospiti un ventaglio di due etichette per azienda. Un’interessante tavola rotonda di degustazione e confronto, non solo tra produttori ed esperti, ma tra gli stessi produttori e anche all’interno del gruppo di esperti, per valutare tecniche di produzione, prospettive sui mercati, potenzialità e criticità dei diversi vini in degustazione.

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Michael Shemtov a COLLISIONI 2017

Il famoso ristoratore di Charleston racconta la sua

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

 

Devo dire che se il vostro obiettivo è quello di portare gente in Italia, ed affascinarli con la vostra cultura e vino, ci siete riusciti. Da quando sono partito ho parlato a dozzine o addirittura a centinaia di persone delle colline del Piemonte, dei vini italiani, e delle tipologie oltre i nomi più conosciuti. Ho molti vividi ricordi della permanenza, alcuni sul vino, come l'aver conosciuto i vini delle Marche e poi aver degustato un adorabile Verdicchio, abbinato al cibo tipico delle Marche, la sera stessa. La prima sessione era dedicata al Grignolino. Abbiamo assaggiato diciassette Grignolino diversi, dieci in più di quanti ne abbia assaggiati negli ultimi dieci anni. Sono stato ispirato ad imparare di più e a berne di più. La sessione si concentrava sulle produttrici e propietarie dei vigneti. È stata una sessione affascinante come le varietà di vini dolci e secchi presentati. Vedere ed incontrare donne, alcune delle quali hanno preso in mano o si sono unite alle aziende agricole dei genitori e che hanno praticato la loro esperienza per decadi è stato entusiasmante.

 

Più del vino in sè, mi sono innamorato delle persone e della cultura. Il ricordo più bello di Collisioni è la cena presso Gagliardo. I fratelli sono stati molti ospitali e l'ambiente era molto intimo. Il loro vicino ha cucinato i pasti, che sono stati consumati nella loro sala degustazione e mi hanno fatto sentire come in famiglia. Non è stato difficoltoso che Bernard Burtschy fosse seduto accanto a me, in questo modo ho praticamente conseguito una laurea quella sera conversando con lui. Il calore della famiglia e la passione per la produzione di vino non solo si sentivano ma si potevano gustare. Giorni dopo, durante gli ultimi giorni in Piemonte, mi sono fermato nella loro tenuta, ho presentato la mia famiglia alla famiglia Gagliardo, e ho acquistato alcuni vini da portare a casa per il mio quarantesimo compleanno. Attualemente stiamo lavorando per avere la loro Favorita da gustare durante l'estate e spero di ospitarli a cena al Butcher & Bee, il mio ristorante, durante il loro prossimo viaggio negli Stati Uniti.

 

Complessivamente questa è stata un'esperienza nuova per me. Ho apprezzato molto l'opportunità di essere nella stanza con alcune delle più intelligenti e influenti personalità del mondo del vino. Ho imparato molto dagli altri partecipanti e da Laura DePasquale nella sessione dove ha assunto il ruolo di Ian.

 

È stato il viaggio di una vita o, come ho detto alle persone dopo, è stato "doppiamente il viaggio di una vita".

 

Ho incluso sotto una lista di alcuni vini italiani che abbiamo portato al nostro ristorante, Butcher & Bee Charleston, da quando sono tornato da questo viaggio. Siamo molto orgogliosi di aver contribuito all'educazione di Charleston sul Franciacorta negli ultimi otto mesi.

 

Piemonte

Forchir - Ribolla Gialla

Ceretto - Arneis

Produttori Barbaresco

Luli - Barbera

GD Vajra - Freisa

Travaglini - Gattinara

Bruno Giacosa - Nebbiolo D'Alba

Ferrando - Erbaluce ed Etichetta Nera

Altre Regioni

Cirneco - Etna Rosso

Ciro Picariello – Fiano di Avellino

Tenuta Fanti - Rosso di Montalcino

COS - Pithos Nero D'avola

I Sodi Di S. Niccolo' - Castellare

Montenidoli - Vernaccia

Radikon - Pinot Grigio

Altesino - Rosso Di Montalcino

Barone Pizzini - Franciacorta

Bibbiano - Chianti Classico

Bruno Giacosa - Nebbiolo D'Alba

Caburnio - Super Tuscan

Galea - Schiava

Graci - Etna Rosato

 

By Michael Shemtov

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Una giornata nel Franciacorta

21 Febbraio

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Nel giorno 21 Febbraio, Caroline Fridolfsson, si è recata in Lombardia a visitare alcune aziende agricole del Franciacorta: Bellavista, Ferghettina ed Uberti, rilasciando qualche commento.

 

Bellavista:

"Amo il suo Curtefranca e ho avuto la fortuna di assaggiare l'annata del 1996 e del 2011 “Santissima” ed è stato un vero piacere! Una maturazione davvero elegante di uno Chardonnay ben fatto e sono contenta di vedere questi esempi come linee guida per la finezza dello Chardonnay al di fuori dell'Italia."

 

Ferghettina:

"Mi è piaciuto che fosse un'azienda a conduzione familiare e tutti quanti enologi. È stato davvero impressionante ed hanno mostrato molta dedizione e passione per il loro lavoro. Alcuni dei loro prodotti li ho trovati eccezionali ed altri meno. Per esempio la “Riserva 33” per i suoi 78 mesi sulle fecce. In mia opinione è un tempo decisamente troppo lungo. Ritengo che dovrebbero abbassare il tempo minimo a 48 mesi, per ottenere la Riserva, al posto degli attuali 60! Così la vinificazione può migliorare e le uve possono presentare meglio le loro caratteristiche di lievito maturo. Penso che la loro nuova bottiglia formosa sia divertente e possa funzionare, l'ho trovata davvero innovativa."

 

Uberti:

"Uberti è stato una delle scoperte migliori nel Franciacorta. Finalemente ho assaggiato un rosè ben bilanciato che non sapeva di marmellata di fragola artificiale con uno sgradevole finale amaro. Ha un'acidità croccante di frutto rosso maturo con una leggera freschezza davvero godibile. Lo preferirei nel 100% dei casi al Rosè Champagne che ha, oltretutto, il quadruplo del prezzo. Ritengo che se vogliono essere presi sul serio sugli scaffali internazionali degli spumanti debbano aggiornare l'etichetta, poiché l'ho trovata un pò troppo retrò. Devo dire che i miei due nuovi Franciacorta preferiti li ho incontrati in questa azienda."

 

"In coclusione vorrei dire che a volte i produttori del Franciacorta tendono a focalizzarsi troppo sul "contatto estesso con le fecce". Capisco che questa sia una parte importante della loro vinificazione e qualità, ma al consumatore, e tanto meno l'esperto, si sofferma troppo su questo punto, mentre si soffermano di più sulla qualità stessa del vino e sui differenti sapori. Dunque voglio vedere più vinificazioni "single vineyard", meno contatto con le fecce e dosage più ribassati. In questo modo lo stile dei produttori potrà risaltare di più."

 

By Caroline Fridolfsson

 

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Le Terre del Prosecco DOCG

19-20 Febbraio

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

 

Nei giorni 19 e 20 Febbraio le esperte Sharon Lv e Caroline Fridolfsson, rispettivamente Importatrice da Shanghai e Sommelier di Londra, si sono recate nelle terre venete alla scoperta del Prosecco DOCG.

 

“Come tutti sappiamo, Prosecco è la DOC più grande italiana” - racconta Sharon Lv - “e si estende da Treviso al Friuli comprendendo più di 14,000 ettari, e l'altitudine dei vigneti è compresa tra i 50 metri e i 500. Il vino spumante che proviene dalla Cru Cartizze è il più costoso ed ha solamente 107 ettari ai piedi delle colline. Per fare il Prosecco bisogna utilizzare almeno l'85% di Glera, lasciando spazio ad un 15% di uve internazionali come Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio o Verdiso (un vitigno locale) che posso aiutare ad aumentare la gradazione alcolica ed i profumi.

Per me, l'esperienza più significativa è stata assaggiare così tanti Prosecco DOCG e Cartizze creati da differenti produttori. Sono tutti vinificati tra Conegliano e Valdobbiadene, dove il clima locale è unico poiché reso tale dalle Dolomiti, che proteggono dal freddo vento del Nord, e dalle brezze naturali che arrivano dalla Laguna di Venezia dal Sud. Queste condizioni assicurano alle Rive differenti temperatura dal giorno alla notte, ideali per le uve mature con ricchi aromi e acidità croccante.

Guidando in direzione delle Alpi, siamo arrivati a Valdobbiadene. In un giorno e mezzo abbiamo visitiato quattro produttori di Prosecco DOCG: Adami, Nino Franco, Bisol e Bortolomiol.

 

La Sommelier Caroline Fridolfsson ci racconta la sua esperienza presso queste aziende agricole:

 

Adami:

“è stato davvero gratificante visitare le differenti cuvée di Prosecco. Qui ho davvero imparato e capito il concetto di “rive” e come questi (vigneti differenti sono stati imbottigliati singolarmente.) In particolare, nella serie di vini degustati, ne ho preferito uno il “Rive di Farra di Soligo” Col Credas le cui uve sono coltivate su di una riva col suolo argilloso, il quale non è necessariamente il vino migliore ma è quello che ho trovato più interessante poiché per me “Cartizze” era sempre un pò troppo dolce con sentori di frutta esotica e lychee. Ritengo che le “RIVE” dovrebbero essere elevate regolando in modo più rigido la produzione e creando una gerarchia di premium e grand cru al fine di garantire una qualità notevolmente più alta per il Prosecco DOCG.”

 

Bisol:

“Questa è stata una delle mie visite preferite, vedere quel paesaggio dalla cima della cru Cartizze è stato spettacolare! Ciò che ho amato di questo produttore è stata la sua onestà e il suo dedicarsi a coltivare Glera su terreni biodiversi. È stato il primo produttore che aveva davvero in mente per il suo Prosecco il terroir, sono stati una grande scoperta prodotti come il Crede, il Molera, il Fol ed il Salis. Lo Zero Dosage, che abbiamo assaggiato in cantina, è stato il “Private Cartizze” un “fermentato in bottiglia” che si è rivelato straordinario e vorrei averlo nella mia lista dei vini subito! Non penso che egli si sia reso conto di quanto grandi ed interessanti siano i suoi vini e sono certa che vari Sommeliers di Londra lo inserirebbero volentieri nella loro lista di vini Spumanti, anche per il prezzo conveniente. Ho fatto una grande scoperta che ha accesso un amore per lo Zéro Dosage a base di Glera.

 

Bortolomiol:

“Meravigliosa sala degustazione e mostra d'arte davvero ispiratrice. Ho davvero sentito una forte passione artigiana femminile dietro i vini e la sede. Penso che il vino con la banda rossa fosse leggermente commerciale per il suo sapore nonostante ciò il loro vino organico era superbo e la “Grande Cuvée del Fondatore” Brut Nature altrettanto eccezionale e davvero ben fatta. Altro prodotto che gradirei nella mia lista vini o da bere a casa al posto dello Champagne. Penso che loro siano una azienda modernista alla guida del cambiamento e che fa del gran bene alla regione.”

 

Nino Franco:

"Qui onestamente mi sono fatta opinioni piuttosto variegate e talvolta discordanti dei suoi vini ed esperienza. Si presenta come un unico piccolo produttore che cerca di innovare con nuovi stili al di fuori delle regolamentazioni imposte dal consorzio, il che è piuttosto notevole ma poi dall'altra parte la sua produzione ammonta ad 1.1 milione di bottiglie da venti o più conferitori.

È stato un piacere assaggiare quella verticale storica di vecchie annate di Grave di Stecca. Un’esperenza molto divertente e particolare, con vini caratterizzati da profumi di frutta fresca ed un'armonia ossidativa con sentori di cera d'api ma mi sono sembrati un pò austeri

In generale, la visita nella sua azienda si è dimostrata un’esperienza formativa importante, caratterizzata da un’ottima ospitalità incredibilmente generosa!"



“Nino Franco è una delle aziende agricole” – aggiunge Sharon Lv- “più antiche nel Valdobbiadene. La famiglia Franco vive lì da generazioni ed ora gli attuali propietari sono della quarta e non smettono di fare vini seri e di qualità.”

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Prosecco DOC col Fondo

Una tradizione mai perduta

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

 

La Sommelier di Londra, Caroline Fridolfsson, ci dà una sua visione sul Prosecco DOC “col fondo”, prodotto che ha avuto occasione di gustare durante la sua permanenza nelle terre del Prosecco, presso il Consorzio Prosecco DOC a Treviso.

"La degustazione di Prosecco “col fondo” mi ha dato la possibilità di assaggiare qualcosa di nuovo, che non avevo mai provato prima. Avevo letto qualcosa a riguardo ma non sono mai incappata in nessun esempio, a Londra, di questo stile di Prosecco; vedere una così antica versione di tecninca di vinificazione ancora così presente oggi è stata una scoperta affasciante. Ha mostrato la diversità del Glera come vitigno e del Prosecco come regione vinicola. Abbiamo degustato varie versioni ed etichette, alcune erano segnate come “sui lieviti” ed altre “senza solfiti aggiunti”. Se magari riuscissero ad uniformarsi, come regione, ed avessero una denominazione come “Prosecco DOC col fondo” sarebbe più utile per il consumatore al fine di identificarne lo stile."

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Un appuntamento del Wine Educational Board nelle Langhe

16-18 Gennaio

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

 

Merak Chan è educatrice per il personale di uno tra i maggiori importatori cinesi: Summergate, in Hong Kong, mentre Alex Yu è un giovane diplomato del César Ritz Collage, uno tra i più rinomati istituti di hotel management in Svizzera, che sta ora lavorando ad aprire una Tasting Room a Shanghai, grazie alla sua incredibile cantina di preziose etichette e vecchie annate da tutto il mondo.

A Gennaio, tra il 16 e il 18 del mese, i due hanno avuto la possibilità di visitare le Langhe per scoprire i suoi vini e le varietà autoctone, ma anche i suoi territori, i suoli e i paesaggi.

“Visitare una regione vinicola è sempre estremamente importante per il mio lavoro e le degustazioni in azienda sono state davvero utili per lo studio dei vini del Piemonte, sia da un punto di vista didattico, sia dal lato del mercato” ammette Alex. “Dal momento che sto lavorando a costruire una sala degustazioni a Shanghai, mi considero un ambasciatore delle cantine e dei vini di tutto il mondo, è importante per me capire cosa pensano i produttori, le scelte che fanno, ed è importante continuare a migliorarsi”. “E’ un’enorme ispirazione e sono davvero ispirata dalle persone con la loro passione e la loro personale filosofia nel winemaking” conferma Merak, “in più, viaggiare in piccoli gruppi di professionisti mi permette di fare più domande e di avere una comprensione più solida e profonda dei vini del Piemonte. Una conversazione a tu per tu con il produttore e una visita della regione mi aiuta a capire meglio quanto ricco e diversificato possa essere il Piemonte. Qualcosa che posso condividere con i miei colleghi quando sono a casa”. E certo, le visite in azienda si dimostrano particolarmente formative, come sottolinea Alex: “la visita a Poderi Colla e Trediberri, ad esempio, sono state estremamente utili per presentare la regione e la sua complessità, dal momento che sono due realtà completamente diverse dal punto di vista della storia e dello stile dei vini, ma molto simili in qualità del prodotto e competenza didattica dei produttori. Ritengo Poderi Colla una realtà molto classica, come Armand Rousseau in Borgogna è stato il pioniere della regione nei tempi antichi: grandi produttori, con grande enfai sul lavoro in vigna e sull’ambiente naturale. All’altro estremo, Trediberri è forse uno dei grandi della nuova generazione, con la stessa attenzione al lavoro in vigna, ma con una visione più ampia del mondo del vino, grazie alla sua grande curiosità di scoprire i grandi vini di tutto il mondo. Questo parallelo, è un grande esempio della tradizione e delle nuove promesse del Piemonte”. “Il carattere di Nick (produttore di Trediberri ndr.) è davvero incredibile” concorda Merak, “il vino che fa è davvero incredibile: complesso ma estremamente delicato e ben bilanciato, ogni vino con la sua caratteristica”. Ma più si va in giro, più si scoprono nuovi orizzonti e ogni visita arricchisce l’esperienza di informazioni diverse: “Marchesi di Barolo mi ha dato un’ottima panoramica dell’intero processo produttivo e ci ha permesso, con la degustazione di tre Barolo da terreni diversi, di toccare con mano quanto il suolo influenzi lo stile. L’Azienda Rizzi ci ha dato un’altra prova di questo: caratteristiche diverse dei loro terreni portano ad una grande differenza nei vini e tutto questo è prova di quanto il Nebbiolo sia un vitigno espressivo, che può mostrare differenze e sfumature. La difficoltà sta nel permettere al consumatore di approcciare Nebbiolo di grande qualità come questi, per capirli a fondo”.

Al di là di queste nuove esperienze sul Nebbiolo, la possibilità di scoprire una varietà di uva e di vino completamente nuova porta l’esperienza didattica a tutto un altro livello. Come ammette Alex “è la Nascetta ad avermi davvero sorpreso. Sia grazie alla annata 2010 assaggiata presso Elvio Cogno, sia alla degustazione a tavola rotonda con i produttori di Indigenous in Langa, ho avuto la possibilità di apprezzare le diverse espressioni di quest vitigno, a seconda del produttore e dello stile di vino. Penso davvero che questo vitigno abbia un grande potenziale e che meriti di essere maggiormente esplorato e conosciuto dal mondo degli appassionati di vino. Non sono uno specialista di winemaking, ma dalla degustazione e dalla varietà dei vini, devo dire che la Nascetta presenta un suo particolare modo di esprimere il terroir, cosa che, probabilmente, rappresenta uno dei più grandi trend del vino oggigiorno, cosa cui la Borgogna, il Reno e ogni altra regione vinicola stanno dimostrando di puntare”.

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Un'isola di pace

Livio Sassetti - Pertimali

Wine Stories > Produttori

Il casolare Pertimali è un antica struttura situata sulla collinetta Montosoli, a nord del centro urbano di Montalcino. Si tratta di un edificio antico di grandissima importanza storica: venne edificato e adibito per lungo tempo a sede distaccata, di riposo, dell'ospedale di Montalcino (di qui, il nome appunto di "perti - mali"). Questo permette alla tenuta di mantenere la sua integrità territoriale, ed è così che passa nelle mani di Livio Sassetti, già produttore di famiglia con i noti "Sassetti", interessato a intraprendere un'attività per conto suo.

Il sito è perfetto: nelle terre "baciate dal fato" subito a nord di Montalcino, la piccola tenuta Pertimali è già circondataz di vigne storiche e di una serie di stanze con vasche di cemento per l'affinamento e la conservazione dei vini. Livio Sassetti, viticoltore per professione e poeta per passioe, trasforma la proprietà, con la sua posizione isolata e compatta, in un vero rifugio per sé e per i suoi vini, dove cura con attenzione, come con una poesia, ogni aspetto dell'agricoltura e della vinificazione, attento a rispettare l'ambiente in cui lui e la sua famiglia hanno deciso di stabilirsi.

Oggi, il figlio Lorenzo e la moglie Serena hanno deciso di continuare a investire nell'attività e stanno lavorando ad una nuova cantina, fuori dall'attuale proprietà, che permetta di trasferire lì il vino per l'imbottigliamento e, dunque, di lasciare spazio per invecchiare più a lungo quei vini che ne hanno necessità, portando avanti le sperimentazioni e l'entusiasmo del padre Livio.

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Est e Ovest, vicini e lontani

Tenuta di Sesta

Wine Stories > Produttori

Ormai, è palese a tutti, professionisti, appassionati e anche coloro che si avvicinano al vino per la prima volta: il clima, il suolo e l'esposizione giocano un ruolo fondamentale e discriminante nella crescita di una vite e ne influenzano parzialmente le caratteristiche fisiche e organolettiche, così come quelle dei vini che ne escono. Ciononostante, pensare che si possano individuare differenze all'interno addirittura della stessa vigna, pare al limite della scientificità e della sensibilità gustativa.

Eppure, non è sempre così e ce lo dimostra la Famiglia Ciacci, proprietaria di Tenuta di Sesta, un podere che si sviluppa a sud di Montalcino, tra Sant'Angelo in Colle e Castelnuovo dell'Abatae, con i terreni rivolti a sud, verso il fiume Orcia. Duelecci è la vigna di punta del podere, una serie di viti che abbracciano il versante della collina, ripiantate tra il 2000 e 2002 a Sangiovese e separate verticalmente a metà da due lecci. Non si tratta di una scelta estetica, al contrario, i due versanti est e ovest della vigna presentano, a causa dell'esposizione e soprattutto del terreno, caratteristiche del tutto diverse.

E' a causa di queste catatteristiche davvero particolari che, negli ultimi anni, la famiglia Ciacci ha deciso di ricavare la sua Riserva di Brunello, prima selezionata dalla vigna nel suo insieme, da quel versante che più rispondeva positivamente alle caratteristiche dell'annata. Il lato ovest, caratterizzato da un'alta presenza nel suolo di tufo e di terre rosse drenanti e piene di ferro, esprime il meglio nelle annate calde, mentre il versante est, tipicamente sabbioso e ghiaioso è perfetto per le annate più fredde. Quest'anno è stata messa in commercio la prima etichetta di questo nuovo progetto: Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 Duelecci OVEST, un vino che già dalla sua ricchezza in bocca rispecchia la sua annata e l'esposizione, ma, per avvalorare la scelta della Tenuta, ci sarà bisogno di qualche annata e qualche degustazione in più.

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Un'oasi bio

Lavorare bene per vivere meglio

Wine Stories > Produttori

Lavorare con le piante, significa essere a contatto con loro ogni giorno, respirare quello che respirano e mangiare e bere quello che mangiano e bevono. E' per questo che la sensibilizzazione in merito ad un'agricoltura rispettosa dell'ambiente negli anni è diventato sempre più un aspetto fondamentale della viticultura in generale.

Ne è convinto Francesco Marone Cinzano, presidente di Col D'Orcia, tenuta di Brunello che si estende a sud del villaggio di Montalcino, fino al fiume Orcia, che segna il limite meridionale dell'area di produzione del Brunello secondo disciplinare. Qui, la tenuta si estende in un corpo unico su 540 ettari di possedimenti. Una vera e propria "oasi verde", come sostiene il Presidente, di boschi e terreni coltivi, dove Col D'Orcia, grazie alle numerose famiglie che vivono nelle depandance all'interno della tenuta e molte delle quali lavorano a tempo pieno per l'azienda, alleva animali e orto, produce tabacco da pipa e olio e coltiva la vite.

E' proprio grazie ad una attenzione costante per l'ambiente, alla vendemmia manuale e all'investimento sul personale che lavora per lui, che Francesco Marone Cinzano crede nei suoi vini e nella bontà dei suoi progetti di ricerca con il proposito di ampliare quanto più possibile la sensibilizzazione verso la viticultura bio a Montalcino, con il progetto del "Distretto Organico" per il comune. "Le persone sono più sane, e lo sono anche le viti, se trattate con cura" sostiene, e per dimostrarlo, niente di meglio che una verticale decennale: il Brunello di Montalcino Riserva 1988 - 1978 e 1968. Una vera esplosione di freschezza e complessità a ricordarci come i vini siano, prima di tutto, vivi.

 

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Un vino d'artista

un po' di creatività e tanta cura per la terra

Wine Stories > Produttori

Volti, colonne e anfore scolpiti sulla facciata, due animali in pietra a guardia dell'entrata e un toro sulla cima della costruzione. E' così che si presenta la cantina di Sandro Chia, esponente di spicco della Transavanguardia italana, pittore, scultore e artista più volte ospite alle Biennali di Venezia e Parigi, che oggi divide la sua vita tra New York e Montalcino.

Qui, Chia ha acquistato il Castello Romitorio, un'antica costruzione medievale con i vigneti che si snodano a ovest del centro storico di Montalcino, e ha lavorato per anni alla ristrutturazione della tenuta e all'impianto di nuove vigne. Oggi, sono Tullia e l'enologo Stefano che accolgono i visitatori tra vigneti e sale piene di colori e sculture, tra botti e statue di dei greci, con quel tocco di neo-espressionismo che non lascia dubbi sulla mano dell'artista. E che l'arte sia parte fondamentale del lavoro si nota dallo spirito dell'azienda, dalle eccentriche e curiose etichette ma anche dall'ospitalità e dai manicaretti di Claudia, nonna di professione e cuoca per passione, che cucina piatti tipici con i sapori tradizionali e che utilizza al meglio i prodotti dell'azienda, tra olio e verdure, e l'abbinamento perfetto con i vivaci e saporiti vini di casa.

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La ricetta per una vita semplice e felice

A contatto con la terra e con una vista mozzafiato

Wine Stories > Produttori

“È stato Gualtiero ad interessarsi della vecchia azienda di proprietà. Gli altri famigliari erano inseriti in altre attività, mentre ricordo che lui passava tutto il tempo che poteva a curare la tenuta Camigliano”. Così racconta Laura, moglie di Gualtiero Ghezzi, mentre serve con attenzione i vini dell’azienda, ormai casa e attività a tempo pieno della coppia e dei figli. Gualtiero e la moglie rilevano infatti la proprietà nel ’97 e da quell’anno si trasferiscono pressoché permanentemente da Milano a Montalcino, nell’omonima località di Camigliano.

Si tratta di un luogo davvero bucolico: un piccolo borgo ristrutturato con tanto di viuzze, scale, corti e una chiesa, mentre la cantina si sviluppa sottoterra, senza rovinare le architetture, né la vista mozzafiato sulla piana toscana che si rivolge alla Maremma. A nord, invece, si possono scorgere i possedimenti della famiglia, tra cui la vigna che conferisce il Sangiovese per il vino più famoso dell’azienda: il Brunello di Montalcino “Paesaggio Inatteso”.

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Le vigne Bonsai di Francesco Illy

Una vigna eccentrica per un viticoltore curioso

Wine Stories > Produttori

E' il 1998 quando Francesco Illy, da lungo tempo innamorato della zona, ha la possibilità di acquistare e restaurare un antico podere in località Le Ripi, a Montalcino. E' così che un fotografo di visuale internazionale decide di dedicare il suo impegno alla scoperta del mondo del vino e di unire il suo estro e la sua curiosità all'agricoltura e alla vinificazione.

Non smette però di viaggiare, di sperimentare e di scoprire ed è così che nasce l'esperimento bonasai. "L'idea era quella, già sviluppata in Borgogna, che per produrre vino buono servissero radici quanto più profonde possibili. Per raggiungere questo risultato nel minor tempo possibile, ho optato, in una delle vigne, per un esperimento particolare: sistemare le viti a 40 centimetri l'una dall'altra, in modo da costringere le viti a concentrarsi sul lavoro sotterraneo e le radici a cercare nutrimento in profondità". Un proposito che, a quanto pare, ha dato i suoi frutti, dal momento che oggi l'azienda è nota per un vino chiamato, appunto, Bonsai.

"Le radici si fermano solo quando incontrano l'arenaria blu, una stratificazione di terreno che non permette alle viti di scendere più in profondità" prosegue Francesco Illy, che continua a investire nel progetto in cui crede "con l'acquisto di nuovi terreni, ho intenzione di provare l'esperimento Bonsai in altri terroirs, capire quale siano le sue vere potenzialità e le diversità dei vini che se ne producono".

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Educazione al vino? La stai facendo nel modo giusto

Richard Sagala e Alexandre Ma ci spiegano come e perché

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Lo scorso 10-12 Dicembre 2017, due ospiti internazionali e professionisti della didattica del vino sono stati invitati a partecipare ad una full-immersion in Piemonte (Langhe e non solo) alla scoperta di questo territorio, di alcune cantine storiche e di altre più giovani, di denominazioni più o meno note, ma anche della storia e della tradizione locale.

Con sfoggio di un’invidiabile aplomb e di maniere estremamente elenganti, l’ospite canadese, di Montréal, è il primo a presentarsi. “mi chiamo Richard Sagala e sono il proprietario di due scuole. La prima è una scuola di vino ‘In Vino Veritas’ che insegna ad appassionati, ma soprattutto a professionisti del settore, in particolare sommelier. La seconda è una scuola di maggiordomi: l’International Montréal Butler Academy”. Veniamo colti di sorpresa, non sapevamo nemmeno che una simile struttura esistesse ancora, e chiediamo un paio di altre infomazioni in merito, provando a visualizzare un’alternativa più giovanile del personaggio di Arthur in Batman. Il sorriso estremamente educato ma piuttosto divertito di Richard è alquanto eloquente, “in una scuola di maggiordomi, cosa effettivamente insegnamo è innanzitutto la ricerca dell’eccellenza, nel campo dell’ospitalità e del management. Qui, gli studenti si formano non solo sul vino in generale, ma sulla gestione della cantina, sul servizio del vino e così via. Ci concentriamo su temi quali i grand crus e i tipi di vini che si possono indicativamente trovare nelle cantine di quegli interlocutori, privati o aziende, che tendenzialmente hanno necessità di un maggiordomo, sia che i vini siano per uso personale, sia di investimento. In più, questa scuola prevede una specifica parte dedicata all’organizzazione di eventi, in quanto si prevede che il maggiordomo debba collaborare con lo chef e sapere come organizzare un ricevimento o una cena.

È ora il turno dell’altro ospite, Alexandre Ma, un giovane professionista cinese che riprende la conversazione in un francese tanto impeccabile quanto quello del canadese francofono di poco prima. Alexandre è un insegnante ed educatore di vino che vive a Bordeaux, dove insegna sia in programmi scolastici, sia a pivati professionisti del settore, ma lavora anche a Shanghai, dove collabora con la giovane scuola di vino Grapea Institute. Questa nuovissima realtà per professionisti conta già importanti collaborazioni con la Stampa cinese, nonché con catene di ristorazione e accoglienza.

I due ospiti vengono decisamente da due background completamente differenti, con una carriera piuttosto variegata, ma condividono la stessa passione per il vino, quello italiano in particolare, e per l’educazione, della quale parlano continuamente, dandosi vicendevolmente suggerimenti e confrontandosi su come introdurre ai propri studenti le regioni toccate e i vini assaggiati, come il Monferrato Casalese, dove hanno potuto visitare e degustare i vini di tre produttori di Ruché, ma anche realtà piccole o giovani nelle regioni vinicole più conosciute e l’importanza di valorizzare le loro specificità e il loro stile. Di fronte a professionisti tanto entusiasti, una domanda sorge spontanea: qual è esattamente, secondo loro, lo scopo di insegnare un tema così soggettivo e ancora legato all’idea di prodotti di consumo come il vino?

“La didattica del vino ha in sé un ‘dividendo del piacere’, ovvero, nello scoprire il vino, le persone che lo studiano, scoprono poco a poco il loro stesso gusto e, in questo modo, sono più facilmente indirizzate a ciò che dà loro soddisfazione e li fa star bene. Il vino non è assolutamente solo un prodotto di consumo, è piacere personale e piacere di condividere qualcosa con gli amici”. Richard non ha dubbi su quanto possa essere interessante, arricchente e anche divertente, studiare il vino.

“La cosa importante è che la gente capisca che se uno non vuole semplicemente seguire le mode, se vuole crearsi le proprie idee e avere una propria creatività, un proprio gusto da poter condividere con gli altri, è importante e utile sapere qualcosa di più sull’argomento in questione, ti permetterebbe di essere indipendente, e anche diverso, nelle tue opinioni”. Non si tratta tuttavia solo di edonismo e indipendenza, come sottoliena Richard, ma anche di collaborazione sociale e condivisione, di creare un network positivo e di valore. “Il punto in realtà è innanzitutto quello di ricompensare quegli artigiani, quei produttori, che ti hanno regalato un’esperienza unica, che lavorano bene, non quelli sponsorizzati dal mercato e dalla stampa. Questo crea un circolo vizioso che ti permette non solo di fare scelte consapevoli, ma di fare un atto creativo, indipendente e anche fahion, aiutando gente che lavora in modo serio”.

Ecco perché, più che insegnare la teoria del vino, gli educatori lavorano per dare agli studenti (professionisti o amatori che siano) gli strumenti per interrogare loro stessi il vino, per essere curiosi e approfondire poco a poco la loro conoscenza, prima di tutto entrando in contatto con la cultura e la terra che il vino lo producono. “Quello che impariamo a scuola o con i libri non è che un approccio generico all’argomento, non è sufficiente a comprendere davvero il vino” fa notare Alexandre. “Quando leggi di vino, di un vitigno o un cru, ti vengono insegnate determinate caratteristiche, che non sempre sono del tutto vere, o comunque non sono sufficienti a comprendere la complessità del vino, di una regione o di un suolo”. Il vino è molto più complicato di una lista di informazioni da imparare a memoria. Le variabili sono tante, dipendono dal suolo, dal clima, dalla gente, ma anche dalle forze di mercato e dalla storia del luogo. “Quello che suggerisco, quindi, è che le persone vengano qui, che vedano in prima persona, che si interessino della produzione locale. Dal punto di vista di un educatore quale sono, a mia volta cerco di fare Masterclass divise per specifici argomenti, in modo che gli studenti possano avere informazioni più dettagliate, con indicazioni sul clima, sul suolo, sui vitigni. Quanto più specifico, meglio è”.

Questo non significa assolutamente che l’istruzione introduttiva o generica non abbia validità, ma solo che si tratta dell’inizio di un lungo viaggio e, come ogni lungo viaggio, è fondamentale contare sui migliori strumenti di navigazione e su un buon senso dell’orientamento. “Ma certo, bisogna avere una visione generale, anzi io sono d’accordo sul fatto di avere un’infarinatura di tutte le regioni vinicole del mondo di tutti i vini, che aiuta a contestualizzare quello che si impara in seguito nel mondo del vino”.

Conoscere e studiare il vino è dunque fondamentale per riuscire ad apprezzarlo veramente, andando sempre più in profondità, cercando il proprio personale punto di vista e gusto (e quella degli amici), imparando a fare le scelte giuste e a capire il lavoro dei produttori e le dinamiche degli aquirenti. Richard si addentra più a fondo in questa considerazione, dal momento che, se avere la possibilità di apprezzarlo è l’obiettivo forndamentale di bere vino, riuscirci non è poi così scontato. “Ad esempio, parlando del Piemonte, una cosa importante da tenere a mente è che, se davvero cominci a interessarti di vino, una delle cose più soddisfacenti è avere la possibiità di bere qualche vecchia bottiglia, di quelle che migliorano con gli anni. Per far questo, non è sufficiente leggere le recensioni di un produttore o un’etichetta, devi sapere quali sono i vini che possono invecchiare, quali denominazioni, quali produttori e stili. Insomma, devi sapere cosa acquistare. Da questo punto di vista, bisogna ammettere che il piemonte vanta un paio di ottime scelte, per cui, se sei in grado di riconoscere i buoni vini da acquistare e la pazienza di tenerli in cantina per qualche anno, non c’è dubbio che vedrai i frutti del lavoro.”

 

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La Francia, vicina ma non per questo meno interessante

Bernard Burtschy e Alexandra de Vazeilles ci raccontano il loro punto di vista

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Bernard Burtschy e Alexandra de Vazeilles non sono solo una coppia felice che condivide la passione per il vino, sono anche due influenti esperti di vino del panorama francese. Il Dottor Bernard Burtschy è infatti fondatore e capo-editore della colonna settimanale di vino su Le Figaro e uno dei più importanti giornalisti di settore della stampa francese, con pubblicazioni su diverse riviste, nonché presidente della French Wine Press Association e membro del Wine Educational Board. Alexandra de Vazeilles è una produttrice, proprietaria della tenuta Château des Bachelards a Fleurie, esperta di bio, nonché scrittrice e critica di vino. Come lei stessa sottolinea, “penso di avere le competenze per poter dare qualche consiglio e opinione senza essere troppo dura, perché so quale sia e quanto duro sia il lavoro dietro ogni bottiglia, so che c’è una squadra, ma anche che c’è un’annata”.

I due esperti ci hanno dedicato qualche minuto del loro tempo durante l’ultimo appuntamento del Wine Educational Board tenutosi a Barolo per condividere il loro punto di vista sulla viticultura piemontese e le sue prospettive sui mercati esteri.

Qual è, nel vostro o in altri Paesi stranieri, la percezione del Piemonte come regione vinicola?

AdV: “In Francia, Barolo viene percepito come l’eccellenza del vino italiano, e direi del vino straniero in generale. Insieme a certe regioni della Germania, con qualche bianco di nicchia, è tra le regioni vinicole più conosciute e più bevute. Per me, Barolo è la Borgona italiana e devo dire che negli ultimi anni ci sono stati degli incredibili sforzi sia sui vini stessi, sia sulla loro spiegazione e collaborazione, dei quali il Wine Tasting Tour curato da Collisioni è l’ultima, ma non meno importante prova. Sono stata testimone a Expo 2015 di quanto l’Italia stia investendo nel promuovere l’agricoltura e la qualità dei suoi prodotti”.

BB: “Assolutamente, ritengo che oggi ci sia una grande opportunità, perché l’Italia è percepita in Francia come il top di gamma e stiamo riscontrando una crescita dell’importazione di vini italiani e per questi, il miglior modo di essere serviti è con il cibo, quindi oggigiorno tutti i grandi ristoranti di Francia hanno vino italiano in lista”.

Qui si va a toccare un punto importante e critico. Si parla molto di vino e didattica del vino, ma quanto è importante, all’interno di questa didattica, focalizzarsi anche sulla relazione cibo-vino, in particolare qui in Piemonte, dove il legame è sempre stato piuttosto forte?

AdV: “Penso sia LA relazione su cui porre maggiormente l’attenzione, in primis per una ragione sociale. Dico sempre che il vino da solo, se non hai amici e famiglia con cui condividerlo e se non hai buon cibo con cui abbinarlo è senza scopo alcuno. Ancora una volta, prendo a modello la realtà francese, che è la mia, tendono a separare queste due componenti e siamo pieni di giovani chef che non capiscono nulla di vino e penso che questo sia un enorme problema e un peccato perché i due sono in realtà fatti per stare insieme. Oggi abbiamo assaggiato un vino, l’Arneis, che sarebbe ad esempio davvero perfetto con le verdure, e abbinare un vino alle verdure è sempre compleso, quindi il fatto che in ogni agriturismo della zona compaia un piccolo shop, una boutique, in cui vengono proposti non solo i vini del territorio, ma anche alcuni dei migliori prodotti locali, è per me davvero “ottimo” come direste voi. E ritengo altresì che entrambi i settori in realtà debbano lavorare insieme, perché beneficiano l’uno dal successo dell’altro.”

BB: “Aggiungerei che per voi, in Italia e in Piemonte, questa sia la modalità migliore di pensare a e di comunicare il vostro vino, perché oggi tutte le regioni del mondo hanno vino e vogliono venderlo. Eppure, ci sono davvero poche che hanno una tradizione culinaria interessante, che sappia supportare e abbinarsi a così tanti e diversi vini. Probabilmente, di fatto, l’Italia oggi è l’unica a poter vantare un ventaglio di abbinamenti di qualità così alta. Direi che, di nuovo, questa è davvero un’opportunità unica perché oggi tutti amano il cibo italiano e penso che il vino debba seguire l’esempio: l’Italia è così ricca e variegata nella sua offerta di vino e cibo che c’è ampio spazio per innamorarsi, e per non annoiarsi mai.”

E questo succede anche a due esperti come voi? Avete trovato, durante questo viaggio, qualche vino, o qualche denominazione, da scoprire o ri-scoprire, che è ancora riuscita a sorprendervi?

AdV: “Prima d’ora, non avevo mai assaggiato un Dolcetto che incontrasse i miei gusti, che volete, è la vita, e sono rimasta impressionata da un Dogliani assaggiato oggi. Sono stata sorpresa dalla sua struttura, densità, direi quasi che avesse un non so ché di carnoso, diremmo in Francia. Una buona struttura, una buona profondità e l’acidità è ben bilanciata, dal momento che io sono particolarmente sensibile a vini con un’eccessiva acidità.

BB: “Concordo assolutamente. Conosco molto bene il Barolo e il Barbaresco, ma anche io sono rimasto molto interessato dai vini del Roero. Quanto al Roero rosso, devo dire che ho trovato vini molto amabili, di piacevole beva e a un prezzo estremamente accessibile, cosa già di per sè importante sul mercato internazionale. Tutti sappiamo che a Barolo ci sono vini importanti con prezzi importanti, ma nel Roero c’è un giusto bilanciamento tra prezzo e una qualità molto alta. Dovete proprio aprire il mondo ai vini del Roero.

Ottimo, grazie, diamo voce anche ai “fratellini minori” allora! Qualche altro suggerimento che vi sentite di dare ai produttori italiani che si affacciano sul panorama internazionale?

AdV: “Ritengo innanzitutto che i prezzi dovrebbero aumentare, perché si tratta di una parte importante della strategia di posizionamento su un mercato e credo, almeno per quanto riguarda il mercato francese, è importante che ad accedere siano sempre vini di alta qualità. Inoltre penso che i vini, il Barolo in primis, dovrebbe iniziare dai ristoranti, qui è dove ci sono i sommelier, dove i sommelier possono aiutare ad aumentare la visibilità e educare il consumatore”.

BB: “Noto con piacere che oggi dappertutto in Italia trovi persone che parlano inglese, cosa che non è così scontata in Spagna o in altri Paesi, e estremamente importante dal momento che il mercato del vino ormai è in inglese. Quindi, penso che l’Italia dovrebbe puntare alla Francia, alla Spagna e a tutti i Paesi europei. So che la Cina oggi è un mercato estremamente appetibile per tutti, ma non è così immediato, quindi non spaventatevi di iniziare con i vostri vicini: tutta l’Europa è un mercato potenzialmente molto interessante per i vini italiani”.

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Un giovane punto di vista sui mercati orientali

Dicembre 2017

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

La percezione e la prospettiva sul vino nel panorama orientale è senza dubbio uno dei temi che attualmente più destano la curiosità di esperti, produttori e appassionati di enogastronomia in tutto il mondo. Un mercato che si rivela poco a poco sempre più influente, che mostra il suo interesse ad informarsi e, in questo modo, a rendere il vino parte integrante della propria cultura e vita quotidiana.

Per analizzare questo percorso e il ruolo che gioca ad oggi il territorio delle Langhe, del Roero e del Monferrato con i suoi vini, abbiamo chiesto il parere a tre professioniste cinesi, che hanno avuto l’occasione di trascorrere un week-end nella regione alla scoperta dell’enogastronomia, della storia e dei paesaggi di Barolo e dintorni.

Emily Huang è una giovane importatrice e distributrice di vini italiani a Taiwan e da poco si occupa anche del lato di promozione di questi produttori nel suo mercato. “A Taiwan, i [vini piemontesi] più famosi sono Barolo e Barbaresco, ma in effetti non conosciamo molto gli altri, in particolare i bianchi. Intendo dire che conosciamo, ad esempio, l’Arneis, ma non abbiamo idea che sia una varietà tipica del Piemonte e questo è un problema, perché c’è bisogno di un grande sforzo per introdurre una maggiore conoscenza di altre varietà e soprattutto della loro provenienza”. Bernice Cheng, scrittrice di vino, educatrice WSET e consulente legale per produttori che vogliono entrare sul mercato cinese, condivide un’idea simile per i suoi mercati, Hong Kong e Beijing: “a Hong Kong, la gente è molto interessata ai vini italiani e al Piemonte in particolare. Adorano il Barolo e il Barbaresco, ma in effetti non conoscono molto delle varietà bianche che avete. A Beijing, ancora una volta Barolo, Barbaresco e Barbera sono molto popolari, soprattutto tra i sommelier e ristoratori”. È però vero che l’interesse per altre denominazioni, in particolare i bianchi, è in rapida crescita, così come cresce la necessità da parte dei consumatori di ricevere una buona istruzione in merito: “direi che ora si inizia a vedere un po’ più di Arneis, un po’ di Cortese, ma, ad esempio, Timorasso o Favorita sarebbero molto interessanti per il nostro mercato e la gente sta diventando sempre più curiosa in merito a queste novità. Per questo credo che masterclass, corsi specialistici ed educazione sarebbero molto utili e apprezzati”.

Anche in regioni dove la conoscenza delle diverse varietà piemontesi è già più diffusa, l’educazione gioca a maggior ragione un ruolo fondamentale nell’approfondire la conoscenza e lo studio di questi vitigni. Rinya Jiang, trainer del personale per l’importatore cinese Summergate, probabilmente uno dei maggiori in Cina, conferma l’impotanza dell’educazione e di una didattica di qualità a professionisti come a privati, anche su denominazioni già ben note: “nel mio mercato, in Guangdong e le altre città del sud della Cina, c’è un clima più professionale che in altre regioni e dunque, al di là della conoscenza Piemonte in genere e il Barolo e Barbaresco, sono soliti consumare anche l’Arneis e molte altre varietà piemontesi e c’è un grande interesse nel ricevere maggiori informazioni, approfondimenti e promozione delle regioni vinicole.”

Uno dei temi più importanti, ma anche tra i più delicati, da affrontare quando si tratta dell’educazione nell’ambito del vino in Asia, è il fondamentale e complesso rapporto con il cibo locale. Come spiega Rinya, “la Cina è un Paese estremamente grande e noi abbiamo almeno otto differenti stili di cucina regionale, alcuni si concentrano su sentori speziati, alcuni salati, altri umami (come Guangdong, la mia regione) e alcuni a base di hot-pot. Sarebbe quindi estremamente interessante cercare di creare abbinamenti di vini piemontesi con i cibi locali”. Bisogna però prestare una particolare attenzione nel pensare abbinamenti basati sui prodotti base di un piatto o pasto, dal momento che la complessità della cucina cinese va ben oltre questo: “siamo soliti usare moltissime spezie e condimenti. Non si può dire, ad esempio, ‘questo vino si abbina ottimamente con la carne di vitello’, no, dipende invece dalla salsa. Per questo, abbiamo necessità di assaggiare e testare ogni abbinamento”. Emily fa notare, “questo è il motivo per cui, abbinare i vini basandosi solo sulla lettura del menu dei piatti può rivelarsi in realtà molto rischioso”.

In questo caso, un ruolo importante potrebbe essere giocato dalla nuova tendenza ad una cucina in stile più moderno, che non solo presenta un approccio diverso, rivisitato alla tradizione cinese, ma che si dimostra anche curiosa di scoprire ingredienti, prodotti e piatti diversi, adattandoli al gusto locale. Bernice suggerisce di “investire in particolare su ristoranti modern-style, dove si può trovare una portata composta da un piatto specifico, con uno, massimo due, specifici profili gustativi. Questo stile si differenzia dalla cucina tipica famigliare, che tradizionalmente accosta 5 o 6 portate differenti, una piccante, una dolce, una a base di salsa di soia, servite allo stesso momento, rendendo particolarmente difficile l’abbinamento con UN vino o dei vini. Al contrario, la cucina cinese moderna sta iniziando a provare qualche nuovo interessante abbinamento”. “I cinesi sono persone piuttosto creativeRinya aggiunge, “e penso che apprezzerebbero la possibilità di assaggiare qualche specialità piemontese, come abbiamo avuto noi in questi giorni, per poi re-inventarla adattandola al loro gusto. Questo potrebbe essere un ottimo modo per riuscire a trasmettere la bellezza e la complessità dell’enogastronomia piemontese, permettendoci di scoprire il vostro cibo e il vostro vino insieme”.

Nell’idea di tutte e tre le ospiti, la sorpresa più grande sarebbe nel ruolo dei bianchi del Piemonte. “La Nascetta si abbina molto bene con i frutti di mare, e così pure la Favorita e, dal momento che noi viviamo su un’isola, è chiaro che la nostra è soprattutto una cucina di mare”, sottolinea Emily. “Ma i bianchi sono interessanti anche per la cucina cantonese, perché si tratta sostanzialmente di cibo al vapore con zenzero, che andrebbe benissimo con la Favorita o la Nascetta, questo tipo di vitigni”, conclude Bernice.

Sembra proprio esserci spazio di qualità per tutti, nel ricco e variegato panorama cinese. Pronti a partire, dunque, ma tenendo a mente la specificità e gli ambiti di interesse di un mondo così composito. Emily parla per tutte e tre nell’affermare “è importante mettere in piedi un maggior numero di programmi professionali, che sappiano fornire al pubblico un alto numero di informazioni di qualità”. Il pubblico cinese è interessato ad imparare, ad essere istruito, ad instaurare un rapporto personale, particolare e informato con i vini che decidono di bere o di offrire ai propri amici, ben oltre il nome del produttore o la fama della denominazione. Bernice fornisce uno spaccato interessante nel raccontare: “queste persone hanno piacere di avere una certa confidenza con il prodotto, di essere tranquilli che quando escono con amici o colleghi non faranno brutta figura, che non appariranno imbarazzati quando si parla di vino e enogastronomia.” Si tratta di un terreno perfetto per il panorama italiano: “voi siete pieni di moltissime denominazioni, forse meno note ma estremamente interessanti, che dovrrebbero supportarsi a vicenda per dare al mercato cinese una scelta sempre più ampia di etichette e specialità provenienti da un Paese, l’Italia, di cui loro già conoscono la qualità e le nozioni base. I produttori dovrebbero aiutarsi e lavorare insieme” anche perché, assicura Emily, “ultimamente è super-trendy e piace un sacco poter parlare con produttori che vengano di persona a raccontare i propri vini”.

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Franciacorta : la grande denominazione italiana dei vini spumanti

Bernard Burtschy

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Nel 1809, il catasto napoleonico aveva già piantato nella regione Franciacorta, situata in Lombardia, mille ettari di vigneti. Tuttavia, la storia contemporanea dell'area comincia nel 1961, al momento che undici produttori locali raggruppano i loro 29 ettari totali per creare il "pinot di Franciacorta". Lo status di DOC (Denominazione di Origine Controllata) viene loro accordato nel 1967 e l'associazione di riferimento (Consorzio volontario per la tutela dei vini Franciacorta) è stato creato nel 1990. Nel 1995, Franciacorta è la prima appellazione italiana che utilizza la seconda fermentazione in bottiglia per la spumantizzazione a diventare una DOCG (Appellaiozione di Origine Controllata e Garantita). Nel frattempo, Franciacorta designa esclusivamente la regione di produzione, il metodo di produzione e il vino stesso elaborato attraverso questo metodo di seconda fermentazione. Oggigiorno, l'appellazione Franciacorta copre 2800 ettari e 19 villaggi per un totale di 116 produttori che producono nell'insieme circa 17 milioni di bottiglie.

I vini fermi, invece, vengono riconosciuti con l'appellazione di Curtefranca DOC e sono elaborati su un totale di 350 ettari. L'insieme dell'area di denominazione è di 3150 ettari. I vini nel loro complesso sono prodotti con un totale percentuale di 82% di Chardonnay, che è particolarmente adatto ai suoli della regione, 14% di Pinot Noir, l'antico vitigno che ancora produce spumanti di altissima qualità e un 4% di Pinot Blac, vitigno interessante per la sua freschezza. Con i recenti cambiamenti climatici, si sta iniziando la sperimentazione di un nuovo vitigno: l'"Erbamat" (ovvero erba-matta, appunto). Questo antico vitigno locale, di cui si ha nota fin dal 1500, è stato riportato in vita dall'università di Milano. Qui si è potuta notare come caratteristica del vitigno una maturazione più tardiva, cinque/sei settimane dopo lo Chardonnay, che si vendemmia a metà Agosto, cosa che aiuta l sua complessità, ma anche una acidità molto pronunciata. Questo vitigno robusto e produttivo è per il momento limitato da statuto ad un 10% all'interno del blend, ma gli esperimenti sono estremamente promettenti.

La denominazione prevede una legislazione piuttosto severa, con l'obbligo di vendemmia manuale che deve avvenire tra il 10 Agosto e il 10 Settembre ed un raccolto limitato a 10 tonnellate per ettaro. I vitigni autorizzati per la produzione sono Chardonnaly, Pinot Noir e Pinot Blanc, quest'ultimo limitato ad un 5%, di fatto però, come già affermato, la denominazione conta un 85% di Chardonnay. Momento imprescindibile della produzione, l'invecchiamento sugli lieviti ("sur lies") è strettamente controllato, con un minimo di 18 mesi per un non millesimato, 24 mesi per il Satèn (che può essere paragonato alla antica menzione Crémant in Champagne, con una minore pressione in bottiglia, circa 4,5 kg) e di 30 mesi per un millesimato. La grande originalità è però la denominazione Riserva, che richiede un periodo di 60 mesi sugli lieviti.

Le menzioni di dosaggio (Extra-brut, brut, demi-sec, etc.) sono regolate a livello europeo, da una legislazione modificata recentemente, nel 2009.

• brut nature, non dosato, dosage zéro : assenza di "dosage" e quindi livello di zucchero inferiore a 3 g/l

• extra-brut : livello di zucchero da 0 a 6 g/l

• brut : livello di zucchero inferiore ai 12 g/l

• extra-sec : livello di zuccheri compreso tra i 12 e i 17 g/l

• sec : livello di zuccheri tra i 17 e 32 g/l

• demi-sec : teneur en sucre comprise entre 32 et 50 g/l

• doux : teneur en sucre supérieure à 50 g/l

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Barbera d’Asti: una, nessuna … e duecentomila!

L'evento Collisioni in Monferrato con gli occhi di Michele Longo

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Ho voluto prendere in prestito il titolo di uno dei più famosi romanzi pirandelliani (e sono sicuro che, visto il motivo, sarò perdonato dallo stesso autore) perché credo possa sintetizzare bene l’essenza di questa denominazione e di questo vitigno.

Come il protagonista del romanzo, considerato uno dei personaggi più multiformi e compositi descritti da Pirandello, anche la Barbera d’Asti è un vino dai caratteri molteplici; sicuramente più complesso e ampio di quanto possa apparire. Le analogie con il protagonista finiscono qui e, soprattutto, il destino dei due è sicuramente diverso. Per Vitangelo Moscarda (il protagonista del romanzo) un finale travagliato, profondo, con il rifiuto del nome e la sua rovina economica. Per la Barbera d’Asti, invece, una ritrovata consapevolezza di se, come protagonista del panorama vitivinicolo italiano e non solo.

Ma torniamo al perché di questo titolo!

Una: perché stiamo parlando di una denominazione, e poi perché la Barbera è femmina!

Nessuna: perché nessuna varietà sa interpretare l’anima popolare di un territorio come lei; perché nessuna ha rappresentato il “vino-da-tavola” (nel senso più nobile del termine, e non come ultimo gradino della “piramide” delle Denominazioni Italiane, n.d.r) con lo stesso spirito; perché nessuna ha dovuto subire così pesantemente l’onta del disonore causato dallo scandalo del metanolo degli anni ’80 (seppur a causa di un unico produttore); perché come nessuna merita un posto di rilievo nel panorama vitivinicolo italiano e mondiale; perché nessuna altra varietà riesce a stupire per la capacità di “invecchiare” pur rimanendo sempre “giovane e viva”; potrei continuare così ancora per molto …

Duecentomila: questa è una “licenza” che mi prendo dal titolo originale; perché sono ben duecentomila (200.000) gli ettari dell’areale della Barbera d’Asti. Così, se pensiamo che la zona del Barolo ne conta “solo” 2.000, e siamo tutti concentrati a parlare e disquisire delle differenze tra un Barolo di La Morra ed uno di Serralunga, e tra uno di Barolo e uno di Monforte, allora capirete quanto complesso e variegato possa essere il “mondo” della Barbera d’Asti, in un territorio che è 100 volte più ampio di quello del Barolo.

Lo spunto per raccontare questa denominazione me lo ha fornito l’Educational Tour, frutto della collaborazione tra il Consorzio della Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e il “Progetto Vino” del Festival Collisioni, organizzato dall’ 11 al 13 luglio 2017, nei territori vinicoli del Monferrato, che ha visto 15 esperti del settore enogastronomico, provenienti da tutto il mondo, scoprire la ricchezza del patrimonio vitivinicolo del Monferrato, attraverso un ampio programma di degustazioni, seminari, visite in cantina e incontri coi produttori.

Per l’occasione, insieme a Ian D’Agata, abbiamo preparato una presentazione sulla zonazione della Barbera d’Asti partendo dal libro “BARBERA – Studio per la caratterizzazione del territorio, delle uve e dei vini dell’area di produzione della Barbera d’Asti” - Supplemento al n.26 di “Quaderni della Regione Piemonte-Agricoltura”, che è stato il pretesto per presentare ai nostri ospiti questa denominazione e approfondirne alcuni aspetti.

Complessità

Forse duecentomila è esagerato (seppur rappresenti la superficie lorda di tutto l’areale), ma sicuramente non possiamo pensare a un’unica espressione di questa denominazione. Se nel precedente studio della Regione Piemonte sulla zonazione del Barolo, le Unità di Terra (per la definizione delle diverse Unita si è preso in considerazione la litologia, la morfologia, l'uso del suolo, i caratteri pedologici e l'indice di assolazione) individuate in un’area di 14x10 km erano 9, qui, in un’area di 55x78 km, le Unità di Terra individuate sono state ben 107, differenti tra loro per almeno uno dei parametri di studio. Già questo confronto dà una misura di quanto complesso e variegato sia quest’areale rispetto a quello del Barolo, senza considerare che qui le differenze climatiche, di altitudine (da 220 mt a 480 mt per il Barolo, da 150 mt a 650 mt per la Barbera d’Asti), paesaggistiche e pedologiche sono molto più rilevanti. Questo fa comprendere quanto sia senza dubbio riduttivo parlare semplicemente di Barbera d’Asti, fermandosi alla denominazione, senza ulteriori approfondimenti sulle zone di provenienza.

Differenze e tratti comuni

Nello studio condotto, la caratterizzazione sensoriale dei diversi campioni di vino prodotti dalle 6 sottozone pedologiche distinte individuate, ha messo in evidenza che alcuni descrittori visivi-olfattivi-gustativi sono realmente caratteristici della Barbera d’Asti, tanto da sviluppare una apposita “scheda-a-ruota” in cui riportare, per ognuno dei descrittori, l’intensità dello stesso. Una Barbera potrà essere di colore rosso violetto o rosso rubino, con gli immancabili più o meno intensi riflessi violacei. Nei profumi potremo riconoscere, con maggiore o minore intensità e persistenza, viola, rosa, pepe, chiodi di garofano, more, ciliegie, prugne essiccate, confettura di frutti rossi, poi ancora fieno e note erbacee. E la riconducibilità di questi caratteri con i suoli di provenienza? … Qui i risultati sono più complessi. In un’analisi monovariata (verificando cioè l’impatto del suolo delle 6 sottozone su un singolo parametro alla volta) si è potuto constatare che a suoli sabbiosi corrispondono vini con una gradazione alcolica ed una struttura inferiore, un’acidità maggiore e una colorazione più intensamente violacea/purpurea, mentre a suoli limoso-argillosi corrispondono vini con maggior struttura, acidità minore e una colorazione meno violacea e più rosso rubino. L’opinione diffusa che “il suolo conta!” è quindi corretta, anche se l'effetto della posizione del vigneto a scala locale (diversi microclimi, esposizione, peculiarità del sito, ecc …) e le scelte dell’uomo (in vigna e cantina) sono più rilevanti.

Da 6 (sottozone) a 2 (aree)

Dallo studio della Regione Piemonte è emerso che non è sempre possibile stabilire dall’analisi sensoriale del vino, in modo univoco, la sottozona pedologica di provenienza (quale delle 6), per via della maggior rilevanza di altri fattori. Questo è invece possibile se ci si limita a una distinzione pedologica macroscopica che identifica due sole aree, tra loro distinte principalmente per tessitura e contenuto in calcare dei suoli. Ai suoli con tessiture più grossolane e poveri di calcare attivo corrispondono vini poveri di tannini e meno strutturati, mentre i suoli con tessiture più fini e ricchi di calcare tendono a produrre vini ricchi di tannini e più strutturati. Questo è un risultato scientifico e sperimentale molto rilevante, poiché prescinde dall'impronta personale che i produttori di Barbera possono dare ai loro vini mediante il proprio lavoro in vigneto e in cantina. Può rappresentare il punto di partenza per ulteriori approfondimenti e per una miglior valorizzazione e comunicazione di questa denominazione.

Sicuramente per alcuni dei nostri ospiti è stato lo spunto, durante la degustazione con i produttori, per interagire, incuriositi nel cercare di comprendere da quale zona/sottozona la loro Barbera provenisse e che tipo di suolo caratterizzasse le loro vigne.

Le Barbere d’Asti non saranno quindi duecentomila, ma neanche una sola! Sarebbe farle un torto non dedicare tempo a cercare di comunicare la complessità di questa denominazione e le sue molteplici espressioni in questo territorio così variegato … magari, com’è stato suggerito da più di uno degli esperti presenti, arrivando a comprendere che la Barbera d’Asti non ha bisogno di “aiuti” esterni (che siano merlot, cabernet e via dicendo) e che, in purezza (come si è fatto per il Nizza), può rappresentare l’espressione più autentica dell’Astigiano e del Monferrato ed esserne il suo miglior ambasciatore.

“Generosa Barbera, Bevendola ci pare di essere soli in mare, sfidando la bufera”. Questi i versi del Carducci dedicati al più piemontese dei vitigni, … perché la Barbera è generosa e anche “leggendaria”! (Cesare Pavese dixit).

I Tannini: Cosa, Come e Perché?

Bernard Burtschy ci spiega il valore dei tannini nel vino

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Per chi non conoscesse ancora questo meraviglioso vino o per chi semplicemente non si stanca mai di imparare qualcosa di nuovo!

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Wine Stories > W.E.B.'s Focus

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Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Laura DePasquale, in occasione dell'appuntamento di Aspettando Indigena a Costigliole, si esprime in merito alle prospettive della Barbera e degli autoctoni del Monferrato sul mercato degli USA

Le sfide dei vitigni autoctoni

Un confronto per la valorizzazione degli autoctoni Piemontesi

Wine Stories > Produttori

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Il Progetto Indigena

nelle parole di Ian D'Agata

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Ian D'Agata racconta il nuovo progetto dedicato agli autoctoni italiani e piemontesi: Indigena, inaugurato l'11 Dicembre 2016 a Costigliole d'Asti con il Consorzio Barbera d'Asti

Labels: come leggere l'etichetta

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