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Barbera d’Asti: una, nessuna … e duecentomila!

L'evento Collisioni in Monferrato con gli occhi di Michele Longo

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Ho voluto prendere in prestito il titolo di uno dei più famosi romanzi pirandelliani (e sono sicuro che, visto il motivo, sarò perdonato dallo stesso autore) perché credo possa sintetizzare bene l’essenza di questa denominazione e di questo vitigno.

Come il protagonista del romanzo, considerato uno dei personaggi più multiformi e compositi descritti da Pirandello, anche la Barbera d’Asti è un vino dai caratteri molteplici; sicuramente più complesso e ampio di quanto possa apparire. Le analogie con il protagonista finiscono qui e, soprattutto, il destino dei due è sicuramente diverso. Per Vitangelo Moscarda (il protagonista del romanzo) un finale travagliato, profondo, con il rifiuto del nome e la sua rovina economica. Per la Barbera d’Asti, invece, una ritrovata consapevolezza di se, come protagonista del panorama vitivinicolo italiano e non solo.

Ma torniamo al perché di questo titolo!

Una: perché stiamo parlando di una denominazione, e poi perché la Barbera è femmina!

Nessuna: perché nessuna varietà sa interpretare l’anima popolare di un territorio come lei; perché nessuna ha rappresentato il “vino-da-tavola” (nel senso più nobile del termine, e non come ultimo gradino della “piramide” delle Denominazioni Italiane, n.d.r) con lo stesso spirito; perché nessuna ha dovuto subire così pesantemente l’onta del disonore causato dallo scandalo del metanolo degli anni ’80 (seppur a causa di un unico produttore); perché come nessuna merita un posto di rilievo nel panorama vitivinicolo italiano e mondiale; perché nessuna altra varietà riesce a stupire per la capacità di “invecchiare” pur rimanendo sempre “giovane e viva”; potrei continuare così ancora per molto …

Duecentomila: questa è una “licenza” che mi prendo dal titolo originale; perché sono ben duecentomila (200.000) gli ettari dell’areale della Barbera d’Asti. Così, se pensiamo che la zona del Barolo ne conta “solo” 2.000, e siamo tutti concentrati a parlare e disquisire delle differenze tra un Barolo di La Morra ed uno di Serralunga, e tra uno di Barolo e uno di Monforte, allora capirete quanto complesso e variegato possa essere il “mondo” della Barbera d’Asti, in un territorio che è 100 volte più ampio di quello del Barolo.

Lo spunto per raccontare questa denominazione me lo ha fornito l’Educational Tour, frutto della collaborazione tra il Consorzio della Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e il “Progetto Vino” del Festival Collisioni, organizzato dall’ 11 al 13 luglio 2017, nei territori vinicoli del Monferrato, che ha visto 15 esperti del settore enogastronomico, provenienti da tutto il mondo, scoprire la ricchezza del patrimonio vitivinicolo del Monferrato, attraverso un ampio programma di degustazioni, seminari, visite in cantina e incontri coi produttori.

Per l’occasione, insieme a Ian D’Agata, abbiamo preparato una presentazione sulla zonazione della Barbera d’Asti partendo dal libro “BARBERA – Studio per la caratterizzazione del territorio, delle uve e dei vini dell’area di produzione della Barbera d’Asti” - Supplemento al n.26 di “Quaderni della Regione Piemonte-Agricoltura”, che è stato il pretesto per presentare ai nostri ospiti questa denominazione e approfondirne alcuni aspetti.

Complessità

Forse duecentomila è esagerato (seppur rappresenti la superficie lorda di tutto l’areale), ma sicuramente non possiamo pensare a un’unica espressione di questa denominazione. Se nel precedente studio della Regione Piemonte sulla zonazione del Barolo, le Unità di Terra (per la definizione delle diverse Unita si è preso in considerazione la litologia, la morfologia, l'uso del suolo, i caratteri pedologici e l'indice di assolazione) individuate in un’area di 14x10 km erano 9, qui, in un’area di 55x78 km, le Unità di Terra individuate sono state ben 107, differenti tra loro per almeno uno dei parametri di studio. Già questo confronto dà una misura di quanto complesso e variegato sia quest’areale rispetto a quello del Barolo, senza considerare che qui le differenze climatiche, di altitudine (da 220 mt a 480 mt per il Barolo, da 150 mt a 650 mt per la Barbera d’Asti), paesaggistiche e pedologiche sono molto più rilevanti. Questo fa comprendere quanto sia senza dubbio riduttivo parlare semplicemente di Barbera d’Asti, fermandosi alla denominazione, senza ulteriori approfondimenti sulle zone di provenienza.

Differenze e tratti comuni

Nello studio condotto, la caratterizzazione sensoriale dei diversi campioni di vino prodotti dalle 6 sottozone pedologiche distinte individuate, ha messo in evidenza che alcuni descrittori visivi-olfattivi-gustativi sono realmente caratteristici della Barbera d’Asti, tanto da sviluppare una apposita “scheda-a-ruota” in cui riportare, per ognuno dei descrittori, l’intensità dello stesso. Una Barbera potrà essere di colore rosso violetto o rosso rubino, con gli immancabili più o meno intensi riflessi violacei. Nei profumi potremo riconoscere, con maggiore o minore intensità e persistenza, viola, rosa, pepe, chiodi di garofano, more, ciliegie, prugne essiccate, confettura di frutti rossi, poi ancora fieno e note erbacee. E la riconducibilità di questi caratteri con i suoli di provenienza? … Qui i risultati sono più complessi. In un’analisi monovariata (verificando cioè l’impatto del suolo delle 6 sottozone su un singolo parametro alla volta) si è potuto constatare che a suoli sabbiosi corrispondono vini con una gradazione alcolica ed una struttura inferiore, un’acidità maggiore e una colorazione più intensamente violacea/purpurea, mentre a suoli limoso-argillosi corrispondono vini con maggior struttura, acidità minore e una colorazione meno violacea e più rosso rubino. L’opinione diffusa che “il suolo conta!” è quindi corretta, anche se l'effetto della posizione del vigneto a scala locale (diversi microclimi, esposizione, peculiarità del sito, ecc …) e le scelte dell’uomo (in vigna e cantina) sono più rilevanti.

Da 6 (sottozone) a 2 (aree)

Dallo studio della Regione Piemonte è emerso che non è sempre possibile stabilire dall’analisi sensoriale del vino, in modo univoco, la sottozona pedologica di provenienza (quale delle 6), per via della maggior rilevanza di altri fattori. Questo è invece possibile se ci si limita a una distinzione pedologica macroscopica che identifica due sole aree, tra loro distinte principalmente per tessitura e contenuto in calcare dei suoli. Ai suoli con tessiture più grossolane e poveri di calcare attivo corrispondono vini poveri di tannini e meno strutturati, mentre i suoli con tessiture più fini e ricchi di calcare tendono a produrre vini ricchi di tannini e più strutturati. Questo è un risultato scientifico e sperimentale molto rilevante, poiché prescinde dall'impronta personale che i produttori di Barbera possono dare ai loro vini mediante il proprio lavoro in vigneto e in cantina. Può rappresentare il punto di partenza per ulteriori approfondimenti e per una miglior valorizzazione e comunicazione di questa denominazione.

Sicuramente per alcuni dei nostri ospiti è stato lo spunto, durante la degustazione con i produttori, per interagire, incuriositi nel cercare di comprendere da quale zona/sottozona la loro Barbera provenisse e che tipo di suolo caratterizzasse le loro vigne.

Le Barbere d’Asti non saranno quindi duecentomila, ma neanche una sola! Sarebbe farle un torto non dedicare tempo a cercare di comunicare la complessità di questa denominazione e le sue molteplici espressioni in questo territorio così variegato … magari, com’è stato suggerito da più di uno degli esperti presenti, arrivando a comprendere che la Barbera d’Asti non ha bisogno di “aiuti” esterni (che siano merlot, cabernet e via dicendo) e che, in purezza (come si è fatto per il Nizza), può rappresentare l’espressione più autentica dell’Astigiano e del Monferrato ed esserne il suo miglior ambasciatore.

“Generosa Barbera, Bevendola ci pare di essere soli in mare, sfidando la bufera”. Questi i versi del Carducci dedicati al più piemontese dei vitigni, … perché la Barbera è generosa e anche “leggendaria”! (Cesare Pavese dixit).

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Franciacorta : la grande denominazione italiana dei vini spumanti

Bernard Burtschy

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Nel 1809, il catasto napoleonico aveva già piantato nella regione Franciacorta, situata in Lombardia, mille ettari di vigneti. Tuttavia, la storia contemporanea dell'area comincia nel 1961, al momento che undici produttori locali raggruppano i loro 29 ettari totali per creare il "pinot di Franciacorta". Lo status di DOC (Denominazione di Origine Controllata) viene loro accordato nel 1967 e l'associazione di riferimento (Consorzio volontario per la tutela dei vini Franciacorta) è stato creato nel 1990. Nel 1995, Franciacorta è la prima appellazione italiana che utilizza la seconda fermentazione in bottiglia per la spumantizzazione a diventare una DOCG (Appellaiozione di Origine Controllata e Garantita). Nel frattempo, Franciacorta designa esclusivamente la regione di produzione, il metodo di produzione e il vino stesso elaborato attraverso questo metodo di seconda fermentazione. Oggigiorno, l'appellazione Franciacorta copre 2800 ettari e 19 villaggi per un totale di 116 produttori che producono nell'insieme circa 17 milioni di bottiglie.

I vini fermi, invece, vengono riconosciuti con l'appellazione di Curtefranca DOC e sono elaborati su un totale di 350 ettari. L'insieme dell'area di denominazione è di 3150 ettari. I vini nel loro complesso sono prodotti con un totale percentuale di 82% di Chardonnay, che è particolarmente adatto ai suoli della regione, 14% di Pinot Noir, l'antico vitigno che ancora produce spumanti di altissima qualità e un 4% di Pinot Blac, vitigno interessante per la sua freschezza. Con i recenti cambiamenti climatici, si sta iniziando la sperimentazione di un nuovo vitigno: l'"Erbamat" (ovvero erba-matta, appunto). Questo antico vitigno locale, di cui si ha nota fin dal 1500, è stato riportato in vita dall'università di Milano. Qui si è potuta notare come caratteristica del vitigno una maturazione più tardiva, cinque/sei settimane dopo lo Chardonnay, che si vendemmia a metà Agosto, cosa che aiuta l sua complessità, ma anche una acidità molto pronunciata. Questo vitigno robusto e produttivo è per il momento limitato da statuto ad un 10% all'interno del blend, ma gli esperimenti sono estremamente promettenti.

La denominazione prevede una legislazione piuttosto severa, con l'obbligo di vendemmia manuale che deve avvenire tra il 10 Agosto e il 10 Settembre ed un raccolto limitato a 10 tonnellate per ettaro. I vitigni autorizzati per la produzione sono Chardonnaly, Pinot Noir e Pinot Blanc, quest'ultimo limitato ad un 5%, di fatto però, come già affermato, la denominazione conta un 85% di Chardonnay. Momento imprescindibile della produzione, l'invecchiamento sugli lieviti ("sur lies") è strettamente controllato, con un minimo di 18 mesi per un non millesimato, 24 mesi per il Satèn (che può essere paragonato alla antica menzione Crémant in Champagne, con una minore pressione in bottiglia, circa 4,5 kg) e di 30 mesi per un millesimato. La grande originalità è però la denominazione Riserva, che richiede un periodo di 60 mesi sugli lieviti.

Le menzioni di dosaggio (Extra-brut, brut, demi-sec, etc.) sono regolate a livello europeo, da una legislazione modificata recentemente, nel 2009.

• brut nature, non dosato, dosage zéro : assenza di "dosage" e quindi livello di zucchero inferiore a 3 g/l

• extra-brut : livello di zucchero da 0 a 6 g/l

• brut : livello di zucchero inferiore ai 12 g/l

• extra-sec : livello di zuccheri compreso tra i 12 e i 17 g/l

• sec : livello di zuccheri tra i 17 e 32 g/l

• demi-sec : teneur en sucre comprise entre 32 et 50 g/l

• doux : teneur en sucre supérieure à 50 g/l

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Un giovane punto di vista sui mercati orientali

Dicembre 2017

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

La percezione e la prospettiva sul vino nel panorama orientale è senza dubbio uno dei temi che attualmente più destano la curiosità di esperti, produttori e appassionati di enogastronomia in tutto il mondo. Un mercato che si rivela poco a poco sempre più influente, che mostra il suo interesse ad informarsi e, in questo modo, a rendere il vino parte integrante della propria cultura e vita quotidiana.

Per analizzare questo percorso e il ruolo che gioca ad oggi il territorio delle Langhe, del Roero e del Monferrato con i suoi vini, abbiamo chiesto il parere a tre professioniste cinesi, che hanno avuto l’occasione di trascorrere un week-end nella regione alla scoperta dell’enogastronomia, della storia e dei paesaggi di Barolo e dintorni.

Emily Huang è una giovane importatrice e distributrice di vini italiani a Taiwan e da poco si occupa anche del lato di promozione di questi produttori nel suo mercato. “A Taiwan, i [vini piemontesi] più famosi sono Barolo e Barbaresco, ma in effetti non conosciamo molto gli altri, in particolare i bianchi. Intendo dire che conosciamo, ad esempio, l’Arneis, ma non abbiamo idea che sia una varietà tipica del Piemonte e questo è un problema, perché c’è bisogno di un grande sforzo per introdurre una maggiore conoscenza di altre varietà e soprattutto della loro provenienza”. Bernice Cheng, scrittrice di vino, educatrice WSET e consulente legale per produttori che vogliono entrare sul mercato cinese, condivide un’idea simile per i suoi mercati, Hong Kong e Beijing: “a Hong Kong, la gente è molto interessata ai vini italiani e al Piemonte in particolare. Adorano il Barolo e il Barbaresco, ma in effetti non conoscono molto delle varietà bianche che avete. A Beijing, ancora una volta Barolo, Barbaresco e Barbera sono molto popolari, soprattutto tra i sommelier e ristoratori”. È però vero che l’interesse per altre denominazioni, in particolare i bianchi, è in rapida crescita, così come cresce la necessità da parte dei consumatori di ricevere una buona istruzione in merito: “direi che ora si inizia a vedere un po’ più di Arneis, un po’ di Cortese, ma, ad esempio, Timorasso o Favorita sarebbero molto interessanti per il nostro mercato e la gente sta diventando sempre più curiosa in merito a queste novità. Per questo credo che masterclass, corsi specialistici ed educazione sarebbero molto utili e apprezzati”.

Anche in regioni dove la conoscenza delle diverse varietà piemontesi è già più diffusa, l’educazione gioca a maggior ragione un ruolo fondamentale nell’approfondire la conoscenza e lo studio di questi vitigni. Rinya Jiang, trainer del personale per l’importatore cinese Summergate, probabilmente uno dei maggiori in Cina, conferma l’impotanza dell’educazione e di una didattica di qualità a professionisti come a privati, anche su denominazioni già ben note: “nel mio mercato, in Guangdong e le altre città del sud della Cina, c’è un clima più professionale che in altre regioni e dunque, al di là della conoscenza Piemonte in genere e il Barolo e Barbaresco, sono soliti consumare anche l’Arneis e molte altre varietà piemontesi e c’è un grande interesse nel ricevere maggiori informazioni, approfondimenti e promozione delle regioni vinicole.”

Uno dei temi più importanti, ma anche tra i più delicati, da affrontare quando si tratta dell’educazione nell’ambito del vino in Asia, è il fondamentale e complesso rapporto con il cibo locale. Come spiega Rinya, “la Cina è un Paese estremamente grande e noi abbiamo almeno otto differenti stili di cucina regionale, alcuni si concentrano su sentori speziati, alcuni salati, altri umami (come Guangdong, la mia regione) e alcuni a base di hot-pot. Sarebbe quindi estremamente interessante cercare di creare abbinamenti di vini piemontesi con i cibi locali”. Bisogna però prestare una particolare attenzione nel pensare abbinamenti basati sui prodotti base di un piatto o pasto, dal momento che la complessità della cucina cinese va ben oltre questo: “siamo soliti usare moltissime spezie e condimenti. Non si può dire, ad esempio, ‘questo vino si abbina ottimamente con la carne di vitello’, no, dipende invece dalla salsa. Per questo, abbiamo necessità di assaggiare e testare ogni abbinamento”. Emily fa notare, “questo è il motivo per cui, abbinare i vini basandosi solo sulla lettura del menu dei piatti può rivelarsi in realtà molto rischioso”.

In questo caso, un ruolo importante potrebbe essere giocato dalla nuova tendenza ad una cucina in stile più moderno, che non solo presenta un approccio diverso, rivisitato alla tradizione cinese, ma che si dimostra anche curiosa di scoprire ingredienti, prodotti e piatti diversi, adattandoli al gusto locale. Bernice suggerisce di “investire in particolare su ristoranti modern-style, dove si può trovare una portata composta da un piatto specifico, con uno, massimo due, specifici profili gustativi. Questo stile si differenzia dalla cucina tipica famigliare, che tradizionalmente accosta 5 o 6 portate differenti, una piccante, una dolce, una a base di salsa di soia, servite allo stesso momento, rendendo particolarmente difficile l’abbinamento con UN vino o dei vini. Al contrario, la cucina cinese moderna sta iniziando a provare qualche nuovo interessante abbinamento”. “I cinesi sono persone piuttosto creativeRinya aggiunge, “e penso che apprezzerebbero la possibilità di assaggiare qualche specialità piemontese, come abbiamo avuto noi in questi giorni, per poi re-inventarla adattandola al loro gusto. Questo potrebbe essere un ottimo modo per riuscire a trasmettere la bellezza e la complessità dell’enogastronomia piemontese, permettendoci di scoprire il vostro cibo e il vostro vino insieme”.

Nell’idea di tutte e tre le ospiti, la sorpresa più grande sarebbe nel ruolo dei bianchi del Piemonte. “La Nascetta si abbina molto bene con i frutti di mare, e così pure la Favorita e, dal momento che noi viviamo su un’isola, è chiaro che la nostra è soprattutto una cucina di mare”, sottolinea Emily. “Ma i bianchi sono interessanti anche per la cucina cantonese, perché si tratta sostanzialmente di cibo al vapore con zenzero, che andrebbe benissimo con la Favorita o la Nascetta, questo tipo di vitigni”, conclude Bernice.

Sembra proprio esserci spazio di qualità per tutti, nel ricco e variegato panorama cinese. Pronti a partire, dunque, ma tenendo a mente la specificità e gli ambiti di interesse di un mondo così composito. Emily parla per tutte e tre nell’affermare “è importante mettere in piedi un maggior numero di programmi professionali, che sappiano fornire al pubblico un alto numero di informazioni di qualità”. Il pubblico cinese è interessato ad imparare, ad essere istruito, ad instaurare un rapporto personale, particolare e informato con i vini che decidono di bere o di offrire ai propri amici, ben oltre il nome del produttore o la fama della denominazione. Bernice fornisce uno spaccato interessante nel raccontare: “queste persone hanno piacere di avere una certa confidenza con il prodotto, di essere tranquilli che quando escono con amici o colleghi non faranno brutta figura, che non appariranno imbarazzati quando si parla di vino e enogastronomia.” Si tratta di un terreno perfetto per il panorama italiano: “voi siete pieni di moltissime denominazioni, forse meno note ma estremamente interessanti, che dovrrebbero supportarsi a vicenda per dare al mercato cinese una scelta sempre più ampia di etichette e specialità provenienti da un Paese, l’Italia, di cui loro già conoscono la qualità e le nozioni base. I produttori dovrebbero aiutarsi e lavorare insieme” anche perché, assicura Emily, “ultimamente è super-trendy e piace un sacco poter parlare con produttori che vengano di persona a raccontare i propri vini”.

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La Francia, vicina ma non per questo meno interessante

Bernard Burtschy e Alexandra de Vazeilles ci raccontano il loro punto di vista

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Bernard Burtschy e Alexandra de Vazeilles non sono solo una coppia felice che condivide la passione per il vino, sono anche due influenti esperti di vino del panorama francese. Il Dottor Bernard Burtschy è infatti fondatore e capo-editore della colonna settimanale di vino su Le Figaro e uno dei più importanti giornalisti di settore della stampa francese, con pubblicazioni su diverse riviste, nonché presidente della French Wine Press Association e membro del Wine Educational Board. Alexandra de Vazeilles è una produttrice, proprietaria della tenuta Château des Bachelards a Fleurie, esperta di bio, nonché scrittrice e critica di vino. Come lei stessa sottolinea, “penso di avere le competenze per poter dare qualche consiglio e opinione senza essere troppo dura, perché so quale sia e quanto duro sia il lavoro dietro ogni bottiglia, so che c’è una squadra, ma anche che c’è un’annata”.

I due esperti ci hanno dedicato qualche minuto del loro tempo durante l’ultimo appuntamento del Wine Educational Board tenutosi a Barolo per condividere il loro punto di vista sulla viticultura piemontese e le sue prospettive sui mercati esteri.

Qual è, nel vostro o in altri Paesi stranieri, la percezione del Piemonte come regione vinicola?

AdV: “In Francia, Barolo viene percepito come l’eccellenza del vino italiano, e direi del vino straniero in generale. Insieme a certe regioni della Germania, con qualche bianco di nicchia, è tra le regioni vinicole più conosciute e più bevute. Per me, Barolo è la Borgona italiana e devo dire che negli ultimi anni ci sono stati degli incredibili sforzi sia sui vini stessi, sia sulla loro spiegazione e collaborazione, dei quali il Wine Tasting Tour curato da Collisioni è l’ultima, ma non meno importante prova. Sono stata testimone a Expo 2015 di quanto l’Italia stia investendo nel promuovere l’agricoltura e la qualità dei suoi prodotti”.

BB: “Assolutamente, ritengo che oggi ci sia una grande opportunità, perché l’Italia è percepita in Francia come il top di gamma e stiamo riscontrando una crescita dell’importazione di vini italiani e per questi, il miglior modo di essere serviti è con il cibo, quindi oggigiorno tutti i grandi ristoranti di Francia hanno vino italiano in lista”.

Qui si va a toccare un punto importante e critico. Si parla molto di vino e didattica del vino, ma quanto è importante, all’interno di questa didattica, focalizzarsi anche sulla relazione cibo-vino, in particolare qui in Piemonte, dove il legame è sempre stato piuttosto forte?

AdV: “Penso sia LA relazione su cui porre maggiormente l’attenzione, in primis per una ragione sociale. Dico sempre che il vino da solo, se non hai amici e famiglia con cui condividerlo e se non hai buon cibo con cui abbinarlo è senza scopo alcuno. Ancora una volta, prendo a modello la realtà francese, che è la mia, tendono a separare queste due componenti e siamo pieni di giovani chef che non capiscono nulla di vino e penso che questo sia un enorme problema e un peccato perché i due sono in realtà fatti per stare insieme. Oggi abbiamo assaggiato un vino, l’Arneis, che sarebbe ad esempio davvero perfetto con le verdure, e abbinare un vino alle verdure è sempre compleso, quindi il fatto che in ogni agriturismo della zona compaia un piccolo shop, una boutique, in cui vengono proposti non solo i vini del territorio, ma anche alcuni dei migliori prodotti locali, è per me davvero “ottimo” come direste voi. E ritengo altresì che entrambi i settori in realtà debbano lavorare insieme, perché beneficiano l’uno dal successo dell’altro.”

BB: “Aggiungerei che per voi, in Italia e in Piemonte, questa sia la modalità migliore di pensare a e di comunicare il vostro vino, perché oggi tutte le regioni del mondo hanno vino e vogliono venderlo. Eppure, ci sono davvero poche che hanno una tradizione culinaria interessante, che sappia supportare e abbinarsi a così tanti e diversi vini. Probabilmente, di fatto, l’Italia oggi è l’unica a poter vantare un ventaglio di abbinamenti di qualità così alta. Direi che, di nuovo, questa è davvero un’opportunità unica perché oggi tutti amano il cibo italiano e penso che il vino debba seguire l’esempio: l’Italia è così ricca e variegata nella sua offerta di vino e cibo che c’è ampio spazio per innamorarsi, e per non annoiarsi mai.”

E questo succede anche a due esperti come voi? Avete trovato, durante questo viaggio, qualche vino, o qualche denominazione, da scoprire o ri-scoprire, che è ancora riuscita a sorprendervi?

AdV: “Prima d’ora, non avevo mai assaggiato un Dolcetto che incontrasse i miei gusti, che volete, è la vita, e sono rimasta impressionata da un Dogliani assaggiato oggi. Sono stata sorpresa dalla sua struttura, densità, direi quasi che avesse un non so ché di carnoso, diremmo in Francia. Una buona struttura, una buona profondità e l’acidità è ben bilanciata, dal momento che io sono particolarmente sensibile a vini con un’eccessiva acidità.

BB: “Concordo assolutamente. Conosco molto bene il Barolo e il Barbaresco, ma anche io sono rimasto molto interessato dai vini del Roero. Quanto al Roero rosso, devo dire che ho trovato vini molto amabili, di piacevole beva e a un prezzo estremamente accessibile, cosa già di per sè importante sul mercato internazionale. Tutti sappiamo che a Barolo ci sono vini importanti con prezzi importanti, ma nel Roero c’è un giusto bilanciamento tra prezzo e una qualità molto alta. Dovete proprio aprire il mondo ai vini del Roero.

Ottimo, grazie, diamo voce anche ai “fratellini minori” allora! Qualche altro suggerimento che vi sentite di dare ai produttori italiani che si affacciano sul panorama internazionale?

AdV: “Ritengo innanzitutto che i prezzi dovrebbero aumentare, perché si tratta di una parte importante della strategia di posizionamento su un mercato e credo, almeno per quanto riguarda il mercato francese, è importante che ad accedere siano sempre vini di alta qualità. Inoltre penso che i vini, il Barolo in primis, dovrebbe iniziare dai ristoranti, qui è dove ci sono i sommelier, dove i sommelier possono aiutare ad aumentare la visibilità e educare il consumatore”.

BB: “Noto con piacere che oggi dappertutto in Italia trovi persone che parlano inglese, cosa che non è così scontata in Spagna o in altri Paesi, e estremamente importante dal momento che il mercato del vino ormai è in inglese. Quindi, penso che l’Italia dovrebbe puntare alla Francia, alla Spagna e a tutti i Paesi europei. So che la Cina oggi è un mercato estremamente appetibile per tutti, ma non è così immediato, quindi non spaventatevi di iniziare con i vostri vicini: tutta l’Europa è un mercato potenzialmente molto interessante per i vini italiani”.

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Educazione al vino? La stai facendo nel modo giusto

Richard Sagala e Alexandre Ma ci spiegano come e perché

Wine Stories > W.E.B.'s Focus

Lo scorso 10-12 Dicembre 2017, due ospiti internazionali e professionisti della didattica del vino sono stati invitati a partecipare ad una full-immersion in Piemonte (Langhe e non solo) alla scoperta di questo territorio, di alcune cantine storiche e di altre più giovani, di denominazioni più o meno note, ma anche della storia e della tradizione locale.

Con sfoggio di un’invidiabile aplomb e di maniere estremamente elenganti, l’ospite canadese, di Montréal, è il primo a presentarsi. “mi chiamo Richard Sagala e sono il proprietario di due scuole. La prima è una scuola di vino ‘In Vino Veritas’ che insegna ad appassionati, ma soprattutto a professionisti del settore, in particolare sommelier. La seconda è una scuola di maggiordomi: l’International Montréal Butler Academy”. Veniamo colti di sorpresa, non sapevamo nemmeno che una simile struttura esistesse ancora, e chiediamo un paio di altre infomazioni in merito, provando a visualizzare un’alternativa più giovanile del personaggio di Arthur in Batman. Il sorriso estremamente educato ma piuttosto divertito di Richard è alquanto eloquente, “in una scuola di maggiordomi, cosa effettivamente insegnamo è innanzitutto la ricerca dell’eccellenza, nel campo dell’ospitalità e del management. Qui, gli studenti si formano non solo sul vino in generale, ma sulla gestione della cantina, sul servizio del vino e così via. Ci concentriamo su temi quali i grand crus e i tipi di vini che si possono indicativamente trovare nelle cantine di quegli interlocutori, privati o aziende, che tendenzialmente hanno necessità di un maggiordomo, sia che i vini siano per uso personale, sia di investimento. In più, questa scuola prevede una specifica parte dedicata all’organizzazione di eventi, in quanto si prevede che il maggiordomo debba collaborare con lo chef e sapere come organizzare un ricevimento o una cena.

È ora il turno dell’altro ospite, Alexandre Ma, un giovane professionista cinese che riprende la conversazione in un francese tanto impeccabile quanto quello del canadese francofono di poco prima. Alexandre è un insegnante ed educatore di vino che vive a Bordeaux, dove insegna sia in programmi scolastici, sia a pivati professionisti del settore, ma lavora anche a Shanghai, dove collabora con la giovane scuola di vino Grapea Institute. Questa nuovissima realtà per professionisti conta già importanti collaborazioni con la Stampa cinese, nonché con catene di ristorazione e accoglienza.

I due ospiti vengono decisamente da due background completamente differenti, con una carriera piuttosto variegata, ma condividono la stessa passione per il vino, quello italiano in particolare, e per l’educazione, della quale parlano continuamente, dandosi vicendevolmente suggerimenti e confrontandosi su come introdurre ai propri studenti le regioni toccate e i vini assaggiati, come il Monferrato Casalese, dove hanno potuto visitare e degustare i vini di tre produttori di Ruché, ma anche realtà piccole o giovani nelle regioni vinicole più conosciute e l’importanza di valorizzare le loro specificità e il loro stile. Di fronte a professionisti tanto entusiasti, una domanda sorge spontanea: qual è esattamente, secondo loro, lo scopo di insegnare un tema così soggettivo e ancora legato all’idea di prodotti di consumo come il vino?

“La didattica del vino ha in sé un ‘dividendo del piacere’, ovvero, nello scoprire il vino, le persone che lo studiano, scoprono poco a poco il loro stesso gusto e, in questo modo, sono più facilmente indirizzate a ciò che dà loro soddisfazione e li fa star bene. Il vino non è assolutamente solo un prodotto di consumo, è piacere personale e piacere di condividere qualcosa con gli amici”. Richard non ha dubbi su quanto possa essere interessante, arricchente e anche divertente, studiare il vino.

“La cosa importante è che la gente capisca che se uno non vuole semplicemente seguire le mode, se vuole crearsi le proprie idee e avere una propria creatività, un proprio gusto da poter condividere con gli altri, è importante e utile sapere qualcosa di più sull’argomento in questione, ti permetterebbe di essere indipendente, e anche diverso, nelle tue opinioni”. Non si tratta tuttavia solo di edonismo e indipendenza, come sottoliena Richard, ma anche di collaborazione sociale e condivisione, di creare un network positivo e di valore. “Il punto in realtà è innanzitutto quello di ricompensare quegli artigiani, quei produttori, che ti hanno regalato un’esperienza unica, che lavorano bene, non quelli sponsorizzati dal mercato e dalla stampa. Questo crea un circolo vizioso che ti permette non solo di fare scelte consapevoli, ma di fare un atto creativo, indipendente e anche fahion, aiutando gente che lavora in modo serio”.

Ecco perché, più che insegnare la teoria del vino, gli educatori lavorano per dare agli studenti (professionisti o amatori che siano) gli strumenti per interrogare loro stessi il vino, per essere curiosi e approfondire poco a poco la loro conoscenza, prima di tutto entrando in contatto con la cultura e la terra che il vino lo producono. “Quello che impariamo a scuola o con i libri non è che un approccio generico all’argomento, non è sufficiente a comprendere davvero il vino” fa notare Alexandre. “Quando leggi di vino, di un vitigno o un cru, ti vengono insegnate determinate caratteristiche, che non sempre sono del tutto vere, o comunque non sono sufficienti a comprendere la complessità del vino, di una regione o di un suolo”. Il vino è molto più complicato di una lista di informazioni da imparare a memoria. Le variabili sono tante, dipendono dal suolo, dal clima, dalla gente, ma anche dalle forze di mercato e dalla storia del luogo. “Quello che suggerisco, quindi, è che le persone vengano qui, che vedano in prima persona, che si interessino della produzione locale. Dal punto di vista di un educatore quale sono, a mia volta cerco di fare Masterclass divise per specifici argomenti, in modo che gli studenti possano avere informazioni più dettagliate, con indicazioni sul clima, sul suolo, sui vitigni. Quanto più specifico, meglio è”.

Questo non significa assolutamente che l’istruzione introduttiva o generica non abbia validità, ma solo che si tratta dell’inizio di un lungo viaggio e, come ogni lungo viaggio, è fondamentale contare sui migliori strumenti di navigazione e su un buon senso dell’orientamento. “Ma certo, bisogna avere una visione generale, anzi io sono d’accordo sul fatto di avere un’infarinatura di tutte le regioni vinicole del mondo di tutti i vini, che aiuta a contestualizzare quello che si impara in seguito nel mondo del vino”.

Conoscere e studiare il vino è dunque fondamentale per riuscire ad apprezzarlo veramente, andando sempre più in profondità, cercando il proprio personale punto di vista e gusto (e quella degli amici), imparando a fare le scelte giuste e a capire il lavoro dei produttori e le dinamiche degli aquirenti. Richard si addentra più a fondo in questa considerazione, dal momento che, se avere la possibilità di apprezzarlo è l’obiettivo forndamentale di bere vino, riuscirci non è poi così scontato. “Ad esempio, parlando del Piemonte, una cosa importante da tenere a mente è che, se davvero cominci a interessarti di vino, una delle cose più soddisfacenti è avere la possibiità di bere qualche vecchia bottiglia, di quelle che migliorano con gli anni. Per far questo, non è sufficiente leggere le recensioni di un produttore o un’etichetta, devi sapere quali sono i vini che possono invecchiare, quali denominazioni, quali produttori e stili. Insomma, devi sapere cosa acquistare. Da questo punto di vista, bisogna ammettere che il piemonte vanta un paio di ottime scelte, per cui, se sei in grado di riconoscere i buoni vini da acquistare e la pazienza di tenerli in cantina per qualche anno, non c’è dubbio che vedrai i frutti del lavoro.”

 

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